— Manlio, tu leggi troppa letteratura psico-analitica, — disse. — Queste inquietudini intellettuali morbose, questa ricerca di stranezze, diremo così cromatiche, le ho trovate già nei libri di.... — (ed enumerò vari autori moderni a cui io qui non desidero fare della réclame).

— Ti sbagli, — rispose Manlio. — Questa mia brama, questo mio struggimento ha una tutt'altra origine. Tu sai che quando ero in Libia le donne indigene, per me.... posso dire che non esistevano. Le avevo in orrore colle loro forme nere e le loro chiome lanose.... Ebbene, strano a dirsi, partendo, quasi non ero ancora a bordo che già provavo come un senso di rammarico.... che so io!, di rimpianto; come se avessi mancato qualche cosa, come se fossi passato accanto a un fiore senza coglierlo, a una sensazione senza provarla.... Allora quando l'altra sera il maggiore Hubert Elia mi lesse certi suoi bellissimi versi intitolati: «La Migiurtina»....

— Ah! vedi che c'entra la letteratura! — esclamò l'amico.

— .... questo rimpianto, questo desiderio retrospettivo, si acuì fino alla sofferenza.

«Chi t'ha foggiato in questa forma pura

Di bronzo antico, figlia del deserto?

Quale artefice l'agile cintura

Ti assottigliò con lo scalpello esperto?...»

citò Manlio, fervido e fremente.