— Dov'è la più vicina montagna? — chiesi a chi mi stava accanto, mettendomi in fretta il cappello.

— Macugnaga, — mi fu risposto.

— Avanti. Vado a Macugnaga. Addio a tutti.

Invano si protestò che Macugnaga in ottobre sarebbe vuota, che a Macugnaga sarei gelata....

Partii.

Il sole d'ottobre — il più bel sole dell'anno — raggiava in un cielo di lapislazzuli quando arrivai lassù, e i ghiacciai del Monte Rosa fumigavano abbaglianti e le valanghe balzavano e rotolavano tonando, come per un foot-ball di giganti.

E Macugnaga era vuota.

Meglio così. Tutta questa gloria di sole e di neve era per me, per me sola.

Ma facevo i conti senza l'oste: l'oste di Macugnaga chiudeva i suoi alberghi, e se non volevo dormire nelle pinete o sul ghiacciaio, dovevo scendere con lui al piano.

Scesi; ma il meno possibile. Mi fermai a mezza montagna, a Ceppo — ridente villaggetto che si posa come una driade montana, con un piede sul pendìo e l'altro nel torrente — e presi alloggio nel piccolo Hôtel des Alpes, presso la signora Maria. (Signora Maria! se voi leggerete questo racconto, sentitevi nel cuore il mio saluto).