Poi l'invitai a rimanere; ed ella passò i suoi pomeriggi sdraiata sul divano a guardarmi scrivere; talvolta, in pieno sole, uscivamo entrambe sul terrazzo. Non permettevo che mi parlasse. Era l'ora in cui le veniva la febbre; aveva le guance infocate, le mani brucianti: e i brevi capelli neri le si arricciavano sulla fronte sudata.

Sempre, quando arrivava e quando partiva, io la baciavo. Ed ogni volta che la baciavo, lei mi diceva:

— Grazie!

Venne il novembre, e il sole si ritirò da Ceppo; si ritirò con garbo, un poco ogni giorno, allontanandosi gradatamente dal villaggio come un amante infedele che medita un tradimento.

— Ora per tutto l'inverno il sole in paese non verrà più, — disse la signora Maria. — Tornerà in aprile. E spero che allora, — soggiunse, china ad aiutarmi a chiudere la valigia, — tornerà anche Lei!

— Anch'io lo spero, — dissi con un sospiro, pensando come di rado mi sono concessi i ritorni.

Tutto il villaggio si radunò davanti alla Posta per salutarmi alla partenza; soltanto Lola non c'era.

Io avevo prescelto di fare a piedi i dieci o dodici chilometri di via maestra che scendono allegramente a valle tra rocce e abeti; e alcuni dei miei nuovi amici mi accompagnarono per un tratto di strada. Ma già tutti se n'erano tornati indietro al villaggio allorchè, a uno svolto, vidi Lola seduta su un tronco d'albero ad aspettarmi. Aveva le braccia piene di fiori e gli occhi pieni di lagrime. (Non mi piacciono nè le lagrime quando sono per me, nè i fiori quando sono colti).

— Non dovevate venire così lontano, — la sgridai. — Come farete ora a tornar su?

Tremava tutta. — Addio, addio! Non La scorderò mai, — disse. — Ella è stata per me.... una fata luminosa!