«Fata Luminosa!!... Noi siamo ventinove bambine che le vogliamo bene. La nostra maestra ci parla sempre di lei. Andremo questa primavera a cercare le viole nei boschi per lei»!
Sorrisi. Come era sentimentale e romantica Lola!... Con una cartolina ringraziai collettivamente le ventinove bambine; che a loro volta mi risposero con un'altra cartolina. Nella stessa calligrafia grande e tonda cominciava anche quella, al solito:
«Fata Luminosa!».
(Mi sembrò che il portiere dell'albergo presentandomela avesse un piccolo sorriso).
E in primavera mi giunsero le viole. Ogni otto giorni arrivavano delle scatolette di cartone schiacciate, piene di muschio — talvolta ancor umido — su cui posavano pallide ed avvizzite delle violette boschive. Mi seguivano da Milano a Roma, da Roma a Genova, da Genova a Montecarlo, da Montecarlo a Parigi.... Un giorno di nebbia nera a Londra, al mio ritorno da un tragico viaggio in Irlanda, ecco sul mio tavolo il solito pacchettino sgangherato, con dentro i cadaverini di viole mammole. Tutta una piccola primavera morta!
Le gettai via con impazienza.
Ma nel cuore me ne rimase, lene e lieve, il profumo.
Alfine la mia felice ventura mi ricondusse in Italia. Ed ecco che un giorno mi venne annunciata una visita. Sospirai, ed entrai nel salotto.
In un angolo sedeva una figuretta, una figuretta esile sotto un grande cappello di feltro. Si alzò e mosse con passo trepido verso di me.
— Fata Luminosa! Non mi riconosce?