Era Lola. Una Lola rosata, abbronzata, ingrassata.
— Ma Lola! Come state? Ma state meglio, molto meglio!
— Sono guarita, — disse Lola. — Peso quarantanove chili. — Per Lola è l'obesità, poichè a Ceppo ne pesava trentasette. — E lo devo alla Fata Luminosa.
— Silenzio! Non siate sempre così esagerata, — dissi severamente. E l'abbracciai.
Notai che stavolta non mi disse grazie.
— Sono guarita, — disse; — e lo devo a Lei che mi ha incuorata e consolata; a Lei che non aveva paura di baciarmi; a Lei che....
— Lo dovete alle uova. E alle iniezioni del dottore. — E in cuor mio soggiunsi: — E alla Madonnina delle Sette Stelle.
Lola chiese ed ottenne una licenza di due mesi dalla sua scuola. E quei due mesi li passò con me.
Parlandomi, o parlando di me, essa mi chiamava invariabilmente: «Fata Luminosa». Non ci fu verso di farla smettere. E — devo confessarlo? — da principio questo nomignolo mi lusingava deliziosamente. Quando per la casa mi udivo chiamare così, accorrevo lieta e sorridente. E a poco a poco anche gli altri in casa — un po' per ridere di Lola, un po' per prendersi gioco di me — cominciarono tutti a chiamarmi con quell'appellativo.
.... Ebbene, se io dovessi dire quale martirio, quali sacrifici m'impone oggi quel nome, non mi si crederebbe.