Vengono dei momenti nella vita, dei momenti nella giornata in cui non si è, nè si vuol essere, una fata luminosa. Quando si ha molto da fare, quando si ha fretta, quando le cose non vanno pel loro verso, quando si è nervosi e contrariati, allora è odioso, è insopportabile sentirsi dare della fata luminosa.
«Fata Luminosa!». Con queste due esecrabili parole Lola mi ha amareggiata l'esistenza. Un tempo io facevo press'a poco ciò che mi garbava. Al mattino mi alzavo quando mi pareva; mi vestivo come mi piaceva; quando aveva voglia di ridere, ridevo; quando avevo voglia di far bronci, li facevo. Ora non più.
Ora, all'alba, prima ancora ch'io abbia aperto gli occhi, mentre lo spirito è voluttuosamente inabissato nelle lontane, vellutate profondità del sonno, odo al mio capezzale un saluto alacre e festoso:
— Ben svegliata, Fata Luminosa!
Allora mi tocca aprire gli occhi e abbozzare un sorriso il più possibile luminoso; mi tocca rispondere a tono — non con un inarticolato brontolìo, ma giuliva come risponderebbe una fata desta all'aurora:
— Ah! buon giorno! buon giorno!...
Alzata di malavoglia nel grigiore mattutino, infreddolita e lugubre, penso di indossare una certa vestaglia di flanella regalatami da mia suocera (che disprezza le apparenze) e infilare i piedi in un paio di pantofole paleontologiche, ma che serbano i resti d'una fodera di pelliccia. Così, appuntate le chiome à la sans-façon, apro la mia porta per dire che mi si porti il caffè-latte. Lo prenderò, sola, con un certo «confort», leggiucchiando il giornale.
Ma ecco le voci dei familiari che da lungi mi salutano: — Ti aspettiamo, fata! — E il trillante soprano di Lola che esclama:
— Ah! ora viene la fata!... la Fata Luminosa!
Richiudo la porta. Getto uno sguardo nello specchio e mi convinco che, lungi dal sembrare una fata, somiglio piuttosto (come direbbe la mia toscana amica, Pia) a «Quella che diede la via ai fulmini!...»