Con ira getto lungi da me la vestaglia di flanella, scaglio una dietro all'altra, fuori dei piedi! le pantofole colla pelliccia; mi vesto, mi calzo, mi profumo.... e mi presento con un sorriso estatico alla soglia della sala da pranzo.

— Ah! eccola la fata! La Fata Luminosa!

La morale? Sì, al principio di questo racconto vi ho promesso una morale.

Eccola. Se tu, caro amico sconosciuto che mi leggi, hai la fortuna di avere nella tua casa una donna — sia essa moglie o sorella, suocera o cognata, zia o nipote; sia essa allegra o arcigna, indulgente o rigida, angelo o megera — tu prenderai l'abitudine di dirle, e lo dirai tutti i giorni, incessantemente:

— Ah, Clelia! (o Sofia, o Luisa, o come del caso), tu sei invero una fata luminosa!

Basta questo semplice mezzo perchè la tua casa divenga un paradiso.

Quando la vedi un poco torva, un poco severa, quando la senti litigare coi fornitori, gridare colla cameriera, dare gli otto giorni alla cuoca, assestare qualche scappellotto ai bambini strillanti.... presto, prima che venga il tuo turno, hop-là! senza por tempo in mezzo, apri la porta e chiama con voce soave:

— Sei tu, mia Fata Luminosa?

Ella ti dirà: — Sì. Sono io. — (Perchè non può dirti: — No, non sono io!).

E nove volte su dieci la bufera si dileguerà.