Disgustata della vita sognai di morire. La morte almeno me la potevo scegliere e foggiare a piacer mio.
— Ah, vivaddio! — dissi un giorno alla mia amica, Céline Marchadier; — la vita è quella che è. Ma la morte è quella che noi vogliamo. Io voglio trovare pel grigio dramma della mia vita un finale inedito!
Ella rideva; e mi rimproverava d'essere romantica ed esaltata. Aveva una piccola anima borghese, Céline. E colla sua piccola dote borghese s'apprestava a trovare una calma felicità nel matrimonio.
Aveva infatti incontrato il fidanzato dei suoi sogni: una onesta persona, con modi corretti, con barba rassicurante, con villa in campagna.... Landru!
Céline partì un giorno per la villa di Gambais col suo fidanzato; mi disse che sarebbe ritornata la settimana seguente.
Non la vidi mai più.
Ricevetti da lei una strana lettera:
«Questa villa», diceva essa, «è lugubre. La parete della mia camera, accanto al mio letto, è tutta chiazzata di macchie scure.... Il giardino mi fa orrore. Figurati che in un angolo, sotto a delle foglie secche, ho visto due cani e un gatto morti; avevano tutt'e tre intorno al collo uno spago, quello spago impeciato che adoperano i calzolai.... Ce n'è molto in questa casa di quello spago....».
Una seconda lettera, datata il giorno seguente, diceva:
«Credo che quest'uomo sia un maniaco! Tutto il giorno mi ha fatto raccogliere delle foglie secche e portarle nella cucina.... Domani torno a Parigi».