E un terzo messaggio mi giunse da lei; era una cartolina tutta sgualcita ch'io stessa le avevo scritto: ella aveva cancellato a matita l'indirizzo e riscritto il mio; le parole erano quasi illeggibili. La carta era infangata come se fosse stata gettata sulla strada, e poi raccolta da qualcuno e impostata. Diceva:
«Vieni, vieni subito! È pazzo. Sta accendendo un gran fuoco.... Ho paura».
Immediatamente, con una mia vicina e suo figlio, partii per Gambais. Trovammo la villa chiusa e silenziosa. Nel villaggio nessuno sapeva nulla.
L'indomani e l'indomani ancora, tornai sola a Gambais, ma il cancello del giardino era sempre chiuso.
Una terza volta, in un grigio pomeriggio di marzo, feci da sola quel viaggio; e già me ne tornavo via, scoraggiata e depressa, allorchè sulla strada solitaria che conduce alla stazione mi trovai d'improvviso faccia a faccia con un uomo. Era lui!
Lo riconobbi subito. Era tal quale Céline me lo aveva descritto.
Mi fermai, come paralizzata; senza respiro. Quell'uomo mi guardò in faccia — non so dire l'impressione di ribrezzo e insieme d'orribile attrazione che provai. Rimasi ferma a guardarlo, e un gran freddo mi correva come una serpe viva per la schiena.
— Buona sera, — disse lui. — Cercate qualcuno?
Aveva una voce stranamente morbida e bassa.
— Sì, — balbettai; — cercavo.... volevo.... delle notizie di Céline Marchadier.