« Eh? » disse l'uomo squadrandomi. Vidi che mi credeva una mendicante e che stava per mandarmi via.

« Ditele, ditele in fretta », aggiunsi, « che... che Hugo Wolff mi ha detto che potevo venire. »

Certo qualche cosa nel mio viso — oh mamma! nel mio disperato viso — toccò una corda umana in quel pomposo automa.

Andò diritto alla porta del salone, bussò piano, ed entrò a portare il mio messaggio.

Sulla tavola dell'anticamera era un immenso canestro dorato, pieno di gigli pasquali.

La musica tacque, e quasi subito apparve sulla soglia una signora. Era giovanissima — poteva avere pochi anni più di me — era bella, e vestita di panno color d'ametista. Mi guardò curiosamente; poi disse, improvvisa:

« Volete entrare? »

La seguii nella vasta sala sfarzosa. Dalla parete « La Bella » del Tiziano mi guardava blandamente d'in fra le palpebre arrossate.

« Che cos'era quel messaggio che mi mandaste? » chiese la giovane signora, con la graziosa testa un po' inclinata sull'omero. « Non ho capito bene... »

Non avevo quasi voce. « Ho detto »... balbettai, « ho detto che Hugo Wolff mi invitava ad entrare. Vi ho sentito cantare la sua romanza ».