Mi coprii il viso colle mani e piansi.

Dopo pochi momenti essa era tornata, tenendo nella mano una moneta d'oro di venti dollari.

« Ecco, per porte-bonheur! » disse; e, nel porgermela, il delicato viso si soffuse di rossore. « E non c'è altro ch'io possa fare per voi? »

Io feci cenno di sì. Le lagrime mi impedivano di parlare, ma guardai il pianoforte.

Essa sorrise, e subito sedette davanti alla tastiera.

E cantò. Cantò per me.

Tutta la dolcezza e tutto il fervore che Dio le aveva versato nella divina voce, essa lo mise nel suo canto per me, sconosciuta, che non vedrebbe mai più, venuta da chi sa dove, a domandarle la carità.

Mamma, mamma mia cara, perchè non si fa mai quello che si vorrebbe? Avrei voluto prenderle le mani e baciarle; e baciarle il dolce viso commosso, e dirle che l'adoravo; e dirle che era mio quel libro di versi; e darle del tu. Hugo Wolff, pazzo e affamato, morto di crepacuore e di miseria, ci spingeva l'una verso l'altra, lo so.

Ma la canzone finì. — Ella si era levata in piedi, ed io non la guardai più. Uscii senza parlare. La lasciai così, ritta accanto al pianoforte, e so che mi guardava...

Nell'anticamera i domestici si inchinarono al mio passaggio come se fossi stata una principessa, e mi aprirono la porta. Io passai davanti a loro piangendo, e scesi, piangendo ancora, la larga scalinata.