All'orrendo suono di questo linguaggio ibrido, l'anima di Nancy si contraeva per la mortificazione. Ella aveva per l'appunto tolto dal fondo d'un baule il manoscritto del suo libro, e commossa l'aveva aperto sul tavolo davanti a sè. Le pagine liscie e larghe erano dolci al suo tocco.

La frizzante freschezza di pensiero, il piccolo brivido che sempre precedeva il prorompere dell'ispirazione, la scosse, e Nancy stese la mano verso la penna d'avorio....

— « A cake, a good one », — ripetè nella stanza attigua Anne-Marie, a cui il suono massiccio e teutono di quella frase piaceva.

— Oh, la mia bambina! la mia bambina! come crescerà?

Nancy, la madre, tolse di mano a Nancy, il poeta, la penna d'avorio; e il resto di quel giorno, e molti altri, furono dedicati all'istruzione e all'educazione di Anne-Marie.

Durante i mesi che seguirono Nancy inventò per la piccina un gioco che ebbe molto successo.

— Facciamo questo gioco, — disse Nancy, — che tu sei un piccolo libro che ho scritto io: un bel piccolo libro come le fiabe di Andersen.... sai bene, quello che ha dentro le belle immagini di principessine e di fate. Ebbene, in questo libro ch'io amo tanto....

— Di che colore è? — disse Anne-Marie.

— Oh! tutto bianco, e rosa, e oro, — disse Nancy, baciando le chiome lucenti della sua bambina. — Dunque, in questo libro, in mezzo al più bello dei racconti di fate, ecco che qualcuno è venuto a fare dei brutti sgorbi, a scrivere delle parole comiche e insensate.... come.... come « butter-bread »!

— Chi ha fatto questo? — disse Anne-Marie.