Di giorno, Aldo era quasi sempre in casa, fumando sigarette, leggendo gli interminabili giornali della domenica — che durante tutta la settimana ingombravano le tavole e le sedie — e sospirando per la mancanza d'una cosa o d'un'altra. Alla sera usciva.

Il suo era un lavoro che si faceva specialmente di sera; così egli spiegò a Nancy. Del resto, a Nancy dava poche spiegazioni. Un giorno egli aveva portato a casa cinquecento dollari invece di venti, e aveva tentato di farle capire perchè la somma era di tanto maggiore del solito; ma Nancy era stata così esterrefatta e agitata, così impaziente di sapere precisamente come Aldo li avesse guadagnati, così nervosa ed eccitata, che egli si era deciso a non dirle mai più niente. Già, era impossibile farle comprendere le sottigliezze dei suoi doveri verso la signora Van Osten. Quindi meglio star zitti.

Allorchè, circa due mesi dopo — il suo còmpito essendo ridivenuto più arduo — Aldo ricevette cento dollari invece di venti, egli ne portò ottanta a una Cassa di Risparmio, e arrivò a casa coi soliti venti dollari.

Non appena egli ebbe in mano il libretto della Cassa di Risparmio, ecco che il nonno di via Chiaia si ridestò in lui, e uccise il lazzarone che non s'incaricava dell'indomani. Aldo cominciò a darsi cura delle piccole cose; badava alle minime spese; brontolava lungamente per una compera di 25 cents; e per mezzo dollaro stava imbronciato tutta una giornata. Il meschino ménage era condotto coi principii della più rigida economia. E Aldo non era felice che quando gli era riuscito di spremere un dollaro dalle spese settimanali e portarlo su per la scala del « Dime Savings Bank ».

Facendo i conti con Minna egli notò che, se la fissava con lungo sguardo profondo, essa il giorno dopo, per fargli piacere, spendeva meno. E quanti furono allora i pezzi di zucchero e le fette di burro che Minna tolse la sera dall'armadio della sua zia Schmidl, per deporli la mattina, quale sacrificio propiziatorio, sulla magra tavola dei Della Rocca!

I vestitini rappezzati di Anne-Marie e i coperchietti rosa che portava in testa — sempre una spina negli occhi di Nancy! — ora dovevano durarle attraverso il variar delle stagioni, dopo che da lungo tempo la lavandaia negra ne aveva tolto ogni più lontano sembiante di tinta o di vitalità.

Nancy portava sempre il suo vestito marrone, aggiustato, voltato, ritinto.

I giorni passarono, meschini e rapidi. E Nancy imparò che si può campare fra gli stenti e lo squallore, che si può andare avanti a vivere nella brutta e sordida povertà — e abituarvisi a poco a poco, fino a quasi dimenticare che una volta non era così.

Le sere, sopratutto, erano terribili. Quando Minna andava a casa sua, e Anne-Marie dormiva, e Aldo era uscito a far due passi con qualche conoscente italiano, oppure, in cravatta bianca e marsina, s'era frettolosamente recato al suo lavoro, Nancy sedeva sola e desolata nel terribile salottino, circondata dalla mobiglia della signora Johnson sua padrona di casa, e dalle fotografie della famiglia e degli amici della signora Johnson. Da caminetto e scaffale, da mensola e scansìa, visi di sconosciuti in veste antiquata la fissavano con occhi sbiaditi. V'erano delle attrici in costumi di paggio; dei bambini colla testa grossa; dei giovinetti senza mento, col colletto basso; il signore e la signora Johnson in abito da sposi; il loro primo bambino (ora commesso in una drogheria), nudo, che si teneva un piede. Appeso al muro, con occhi bianchicci che seguivano Nancy dovunque ella si mettesse, v'era un ingrandimento fotografico d'un ritratto del defunto signor Johnson; e Nancy, sola, di sera, ne aveva paura. Aveva provato qualche volta a coprirlo con una tovaglia, ma era peggio.

Quando, mesi fa, erano arrivati in quella casa, Nancy aveva subito raccolto tutte quelle fotografie e le aveva nascoste in un armadietto buio in corridoio. Ma la signora Johnson arrivando all'improvviso, come soleva fare coi suoi inquilini, s'era guardata intorno con occhi severi.