— Dove sono tutte le fotografie? — aveva chiesto con voce terribile a Nancy. — Quelle non vanno toccate.
E le aveva rimesse tutte a posto, nelle loro cornici rotte e sui loro piedestalli sgangherati.
Vietò anche a Nancy di allontanare o muovere la grande lampada a piedestallo, che non si accendeva, ma che occupava molto posto e rendeva più soffocante il salottino. No, no; era costata trentadue dollari. Non si doveva toccare. Dunque la lampada stette lì, gigantesca e ingombrante, e il suo paralume di seta gialla, su cui erano appuntate con uno spillo di sicurezza delle sudicie rose bianche, era un oltraggio al dolente sguardo di Nancy.
Una sera, coricandosi, Anne-Marie disse a sua madre:
— Mi piace quella ragazza che sta qui vicino.
— Ma non la conosci, tesoro, — disse Nancy.
— Sì, sì, la conosco, — disse Anne-Marie. — Le ho parlato adesso dalla finestra in cucina.
— Come si chiama? — chiese Nancy, slacciando fettuccie e bottoni del corpettino di sua figlia e baciandole la nuca tiepidetta e fragrante.
— Non so più. Me l'ha detto: è un nome piccolo e secco. Come una tosse.
Nancy rise, e le ribaciò la nuca così grassetta e bianca e dolce. E proprio in quel momento qualcuno bussò; ed era la ragazza che stava vicino, che veniva a far visita, e portava un orso di cioccolatte per Anne-Marie.