Mio Dio! erano già le sei! Le creme! Prima, dunque, un po' di cold-cream su tutta la faccia; poi della crème Impératrice. Poi — Nancy ricordava perfettamente tutte le indicazioni datele dalla commessa del profumiere a New York — poi, dunque, una piccolissima quantità di « rouge Leichner », spalmato con un po' di crème des crèmes, e lievemente applicato alle guancie. Poi, della cipria rosa; e poi un po' di cipria Rachel. E adesso?... Ah, sì! un « soupçon » (la signorina aveva detto un « soupçon ») di rossetto sul lobo delle orecchie, e dentro alle narici. Le narici — aveva detto la signorina — erano molto importanti.
Adesso un atomo di « mascaro » applicato con uno spazzolino alle sopracciglia; e un'idea di un'ombra intorno agli occhi... Et voilà!
Voilà! Nancy si guardò nello specchio. La sua faccia era bianco-violacea, e le sue narici indicavano un forte raffreddore. I suoi occhi parevano grandi e stanchi e intensi come gli occhi dei volatili occidentali a Montecarlo.
Le sette!! E aveva dimenticato le unghie!
Per venti minuti dipinse le sue unghie colla vernice liquida che era di un rosa vivido: era molto appiccicaticcia, e una volta messa, non si poteva più levar via. Pareva avesse immerso la punta delle dita nel sangue.
Le sette e mezzo! Bisognava mandare il biglietto. Suonò il campanello e apparve un cameriere. Era il cameriere che le aveva servito il thè. Allora si era mostrato un cameriere corretto e rispettoso, entrando con molti inchini nelle stanze sontuose e facendo il suo servizio silenziosamente a occhi bassi.
Ora vedendo Nancy — che aveva rapidamente indossato la più chiara delle sue vesti fruscianti — il cameriere la guardò stupito, poi continuò a fissarla in faccia, sfrontatamente, mentre le prendeva dalla mano il biglietto.
Lesse l'indirizzo, e disse:
— « C'est bon. All right. Jawohl ».
Intascò il biglietto, sorrise — sorrise a lei! — poi se n'andò per il corridoio zufolando piano.