Nella sala degli artisti alla fine del concerto la folla spingeva e si urtava per poter vedere e avvicinare Anne-Marie. Allora i direttori e gli inservienti ricacciarono indietro tutti, spinsero fuori tutti, e chiusero le porte.
Un agente di polizia, grande e grosso, con un feroce piumaccio verde sull'elmetto, fu appostato di guardia davanti all'uscio.
Il Professore che aveva ascoltato il concerto nascosto in un angolo remoto dell'ultima galleria, si fece strada come potè traverso la formidabile calca e, avendo dato alla guardia il suo nome, gli fu permesso di passare. La porta fu rapidamente richiusa dietro a lui.
Il Professore entrò nella sala degli artisti portando nelle mani la sua cassetta da violino, vecchia e nera. Sulla grande tavola, ingombra di fiori presentati e gettati ad Anne-Marie, egli, cacciando indietro le odoranti masse, adagiò con cura il prezioso istrumento che pareva una piccola cassa da morto in mezzo ai fiori. Poi il Professore si guardò d'intorno, cercando Anne-Marie.
Anne-Marie stava in fondo alla sala, vestendosi per andare a casa. Jaroslav Kalas le metteva il mantello, mentre Nancy, col viso smorto e gli occhi rossi, le stava legando al collo una sciarpa di seta bianca. Il Professore le fece segno di venire, e la bambina corse subito a lui.
— Le è piaciuto il mio concerto, Herr Professor? — chiese Anne-Marie.
Il Professore non rispose. Aprì la nera cassetta e ne tolse il magnifico istrumento biondo che da trent'anni era il suo conforto e orgoglio. Girò la caviglia del cantino e tolse la corda di « mi ». Poi levò la corda di « la ». Poi quella di « re ». La sola corda d'argento del « sol » rimase a mantenere il ponticello. Il Professore contemplò il violino. Poi si volse solennemente alla bimba, che ritta e grave accanto a lui lo osservava.
— Questo è il mio Guarnerius del Gesù, — disse il Professore.
— Sì, — disse Anne-Marie.
— Lo dò a te.