— Sì, — rispose Valeria.

— Sono occhi che ricordano il lago di Como, — aveva continuato Nino. — Che limpidezza azzurrina!... Non è vero, Valeria?

— Sì, è vero, — disse Valeria.

Al tennis Edith, diafana e leggiera, volava come una saetta, giocando all'impazzata, ridendo tra i flavi capelli scomposti; ed aveva le guancie rosate — diceva Nino — come il cuore di una conchiglia.

Alla sera Edith si abbandonò in una seggiola a dondolo, ed era pallida e dolce, che pareva una farfalla stanca.

— Non è vero, Valeria? — disse Nino. E Valeria disse:

— E' vero.

E fu allora che Valeria sentì una grande nostalgia. Che altro poteva essere lo struggimento che provava? Certo, certo era di nostalgia che soffriva: aveva bisogno di vedere il sole d'Italia, di udire delle voci italiane, di trovarsi in mezzo a gente dai gesti facili, dagli occhi neri, dai capelli neri. Ah! sopratutto dai capelli neri! Non poteva più vedere queste capigliature bionde... le facevano male agli occhi. E Valeria si coprì il viso, con un piccolo singhiozzo soffocato.

All'indomani, il secondo del torneo, la nostalgia crebbe ancora; divenne insopportabile. Si prendeva il thè nel giardino del Vicar; Valeria aveva per vicino un giovane che, offrendole dei biscotti, le diceva che per il mese d'aprile faceva abbastanza caldo; e che l'anno scorso a quest'epoca faceva più freddo.

Intanto, di là del prato, Valeria vedeva Nino, che rideva, rideva suonando su una chitarra che gli avevano prestato, degli accordi col cucchiaino da thè.