Edith e due altre giovinette gli stavano vicino: le loro tre teste bionde splendevano al sole.
A un tratto Valeria sentì che odiava l'Inghilterra, che odiava la gente che le stava attorno, e che le conversazioni sul tempo, sul thè, sul tennis la farebbero impazzire. I suoi occhi neri si posavano su Nino e su quelle tre teste bionde inclinate verso di lui, splendenti in tre diversi toni d'oro. Ardenti lacrime le punsero gli occhi.
Quella sera, mentre lei ed Edith si svestivano nelle loro camere, ch'erano attigue, Edith chiacchierava garrula e gaia.
— Dio, come è bello il mondo! Come tutto è divertente!
E la fanciulla si tolse le forcelline dal capo e scosse la chioma, che le si svolse come un serpe di luce sulle spalle.
— La vita è una deliziosa istituzione. Non trovi, Valeria?
Dalla camera vicina non giunse risposta, e Edith, un po' sorpresa, s'affacciò a guardar dentro. Valeria giaceva sul letto con la faccia nascosta nel guanciale. Era ancora vestita del suo abito rosa della serata.
— Valeria! cara! che cosa è accaduto? — domandò Edith, chinandosi a baciarla.
— Oh! io odio tutto! ho orrore di tutto! — singhiozzò Valeria, — quello stupido tennis, quelle stupide ragazze, che sempre ridono, ridono, ridono...
— Ma, mi pare che abbiamo riso anche noi, — disse Edith. — A me par di aver riso tutto il giorno. E anche Nino non ha fatto altro!