Otto giorni dopo, la casa era chiusa, la servitù licenziata. Fräulein, disciolta in lagrime, era migrata in una famiglia americana del vicinato. Valeria, pallida e triste, e la piccola Nancy, singhiozzante e aggrappata al collo di Edith, avevano detto « Addio! Addio! » ed erano partite per l'Italia con lo zio Giacomo.

Edith e sua madre, tragiche e sole, volsero i passi verso le cime dove brilla eterna la neve e la speranza.


XI.

Davos scintillava adamantino e terso nel sole invernale.

Edith giaceva sulla terrazza dell'Hôtel Belvedere, con una coltre ravvolta intorno alle ginocchia e un parasole aperto sul capo.

Era felice. Sua madre le aveva allora allora portato una lettera di Nancy.

La piccola Nancy, che l'aspettava in Italia — (oh, non avrebbe avuto molto da aspettare! Ancora un po' di tempo, ed Edith sarebbe completamente guarita!) — le scriveva una lettera, tutta d'amore e di tenerezza, dicendole di far presto a guarire! La vita senza Edith, scriveva la bimba, era un brutto sogno; l'Italia senza Edith non era che una macchietta verde e un nome sulla carta geografica, ma in realtà non esisteva affatto! La zia Carlotta e la cugina Adele erano buone e care persone con voci forti e risate larghe — come tutti, del resto, a Milano — ma Nancy non le capiva e non le amava. Non amava che Edith. Non voleva che rivedere Edith, essere vicina a Edith! e non lasciarla più. — Ah, quasi dimenticava di dirle che aveva scritto due poesie in italiano; e sua mamma le trovava più belle di tutte le altre cose scritte prima. E addio! e arrivederci! e che Edith guarisse presto presto, per poter tornare tutti insieme in Inghilterra ed essere felici.

V'era un affettuoso poscritto di Valeria che le diceva di essere buona e di guarir presto.

Sì, sì! Edith sentiva che sarebbe guarita presto. Era l'ora in cui la temperatura le saliva, e il leggiero frizzore che la febbre le metteva nel sangue le dava un senso di eccitazione, quasi di fretta. Essa si sentiva vivere, intensamente, smaniosamente.