Strinse sulle labbra la lettera della piccola Nancy, e riaffondò il capo nei cuscini.

La sua seggiola a sdraio era la penultima di una lunga serie di seggiole identiche, tutte in fila sulla terrazza a mezzogiorno dell'Hôtel Belvedere. Da ambo i lati, Edith vedeva altre figure adagiate con coltri e parasoli, come lei. La sua vicina di destra era una giovane russa, di pochi anni, forse, maggiore di lei, con una faccia magra e contratta e un rossore fisso al sommo delle gote. A sinistra giaceva Herr Fritz Klasen, un tedesco di ventiquattro anni, fresco di carnagione, largo di spalle, con grandi occhi azzurri e irrequieti.

Quando Edith volse lo sguardo verso di lui, egli subito le parlò.

— Come le piace Davos? — chiese.

— Tanto, — rispose Edith.

E il giovane approvò col capo e sorrise.

La ragazza russa aprì gli occhi neri e guardò Edith.

— E' appena arrivata? — domandò.

— Sì, da tre giorni soltanto, — rispose Edith. — E lei, da quanto tempo è qui?

— Da quattro anni, — disse la ragazza, richiudendo gli occhi.