— Oh, poveretta! — esclamò Nancy. — Che dispiacere! Non piangere, non piangere, mamma adorata! — E baciò leggermente i capelli di sua madre. Poi si rivolse alle bozze, e trepida e solenne ne voltò la prima pagina.
— E' morta giovedì mattina, — singhiozzò Valeria. — Oh, Nancy, Nancy! E tu non sai come ti amava.
No, Nancy non sapeva.
Nè udiva più sua madre. Davanti a lei stava la sua prima poesia stampata. La striscia dei brevi versi in mezzo al largo foglio bianco, le pareva un sentiero...
E via per questo fantastico sentiero Nancy s'avviò, con occhi stellanti e mattutini, là dove il richiamo dell'amore o della morte non le giungeva più — guidando l'allucinante turba dei suoi sogni verso le lande favolose dell'immortalità.
XII.
Così Valeria vide esaudito il suo voto. Sua figlia era un genio. E un genio riconosciuto e glorificato come solo i paesi latini glorificano e riconoscono i proprii grandi. Nancy passò dal soave crepuscolo della puerizia all'abbagliante clamore della celebrità. Gli inesperti suoi passi tremarono sulle vette. E il giovane capo le fu cinto di splendori. Fu intervistata e citata, imitata e tradotta, invidiata e adorata. Aveva più innamorati che una prima ballerina, e più nemici che un primo ministro.
Al ben ordinato appartamento in via Durini, non veniva più la gente mitemente frivola che alla zia Carlotta piaceva. No. La casa era sempre piena di poeti. Poeti che restavano a pranzo, che suonavano il pianoforte, che parlavano sempre di sè stessi ad altissima voce e che trattavano lo zio Giacomo come se fosse il portinaio.
Sedevano intorno a Nancy e le leggevano i loro versi. E le critiche dei loro versi. E le loro risposte alle critiche dei loro versi. V'erano dei tempestosi poeti con barbe in punta; dei fortunati poeti coi baffi all'insù; dei cupi poeti non stampati; e dei poeti negligenti che si lavavano poco.