La Morte, nell'oscurità, la guata.
Sono due canti (e li ho scelti a punto di manifestazione diversa soggettiva e oggettiva, e tra i più brevi) che danno la nota caratteristica e superiore della poesia della signorina Vivanti quando e dove è più artisticamente determinata e corretta. Non sempre è cosí: non di rado, o per amor di bizzarria o per esuberanza di vita, la poetessa si sbriglia a scorrerie che non tutti applaudiranno. Se non che pur nell'eccesso del sentimento e nell'abbandono dell'arte, se anche l'elocuzione non è di gusto corretto, c'è la verginità dell'espressione. Non mai la frase col rossetto, non la polvere di riso, che tra noi in poesia usano molto anche i maschi.
Di donne, nella lirica moderna europea io ne ammiro due: la Marcellina Desbordes Valmore, per l'elegia, dirò cosí della devozione nell'amore, la Elisabetta Browning, per l'inno, dirò cosí, dell'estasi nell'amore. E ora, francamente, per altre ragioni, sotto altri rispetti, io ammiro anche questa italiana, per il ditirambo, mi sia lecito dir cosí, della femminilità artistica. La signorina Vivanti non avrà, anzi non ha di certo, la purità angelicamente elegante della Browning (sonetti dal Portoghese); è tutt'altra natura; ma non ha il morbido della Valmore, che qualche volta risente, poveretta, del suo mestiere di attrice francese. La signorina Vivanti è quel che è: un temperamento femminilmente ma potentemente lirico, portato insieme fisiologico del sangue misto, e morale della tradizione domestica e dell'educazione americana. Come è arrivata a scrivere cosí francamente e quasi sempre corretta — i difetti sono di elocuzione e di stile — non avendo studiato nulla? Meglio cosí. Pur troppo in Italia la preparazione allo scrivere, sia di prosa sia di versi, è tuttavia di maniera; maniera antica o moderna, maniera classica o romantica, maniera signorile o popolare: leopardiani o manzoniani, lombardi o fiorentini o napoletani, son tutti a un modo. La sincerità dell'alacre ingegno, spiegatasi da prima nell'esercizio di due lingue, l'una logicamente pratica, l'altra naturalmente poetica, e la felicità della forte ignoranza di tante cose false e appiccicaticce, han dato alla signorina Vivanti la possibilità d'una rappresentazione assolutamente immediata.
Potrei citare più passi; ma preferisco che il lettore cerchi il libro e si fermi, se crede, ai canti intitolati Destino, Sull'Atlantico, Non sarà mai: che forza! Seguitando, non si faccia caso di certe monellerie; volti pagina, e scorgerà tra i versi gli occhi della poetessa inondati di lacrime vere, come nel canto Via: che dolcezza! Volti altre pagine, e tra le lagrime ancora scorrenti udrà scoppi di risa argentine, ed esultanza come d'una bambina che sente la gioia dell'esistere: Dio, siete buono.
Specialmente nella rappresentazione oggettiva, questa giovine donna ha l'arte forte. Quante Maddalene nei colori e nei versi, nel marmo e su la scena! Ecco una Maddalena nova, e, nell'arditezza castigatissima:
In bionde anella il folto crin piovente
Sovra gli omeri ignudi, insino a terra
Ne sparge la dovizia rilucente
Inginocchiata innanzi al suo Signore.
(Leggere il resto a pagine [29], 30 e 31).