Dopo alcuni momenti ella ritornò, sola; era pallida, colle labbra molto rosse come se le avesse morse a sangue.

— E Sua Eccellenza? — chiese Totò.

— Se n'è andato, — disse Lady Randolph, riprendendo il suo posto.

— Che gioia! — esclamò Neversol. E gli altri risero.

Lady Randolph non volse mai lo sguardo verso Myosotis, e questa ebbe l'impressione — certamente assurda — di essere odiata da quella donna.

La conversazione per un poco languì, ma dopo qualche tempo Lady Randolph parve tornata di buon umore.

Dietro un suo cenno tutti si alzarono e andarono nella sala vicina. Era una grande sala rettangolare, di cui le quattro pareti erano circondate da divani profondi e morbidi su cui si ammontichiavano dei grossi cuscini di raso multicolore. Nei caminetti alle due estremità della sala ardevano due fuochi immensi che illuminavano di baleni irrequieti e improvvisi la stanza. I lumi erano bassi e velati, taluni di viola, taluni di una tinta glauco-azzurra, ciò che, unito ai bagliori oscillanti delle fiamme, dava una stranissima colorazione, ora perlacea, ora cadaverica, ai volti.

Myosotis potè finalmente riavvicinarsi a Leslie, e cingendole col braccio l'esile vita, sedette accanto a lei sul profondo e morbido divano.

Totò si era messo al pianoforte e mollemente, con maestria trascurata, suonava delle danze sincopate, conturbevoli e suggestive. Gli altri uomini erano intorno a Lady Randolph e le parlavano a bassa voce.

E Myosotis reclinata sui cuscini accanto a Leslie, sentendone così da vicino il calmo e dolce respiro, e sulla sua mano, come un morbido manto, i lunghi capelli sciolti di lei, si disse che era lieta d'essere venuta. Pensò che il lusso era piacevole, che la musica di Totò era dolce a udirsi, e che la vita era buona a vivere....