— Come? — esclamò Myosotis.
— Cosa vuol dire? — chiese Leslie, sbarrando gli occhi.
— Vuol dire, — disse il giovane gettando un cuscino ai loro piedi e lasciandovisi cadere, — vuol dire che noi, depravati, per non goder soli e non soffrir soli, amiamo dare i nostri vizi agli altri.... a tutti gli altri! È questa — soggiunse con una piccola risata amara — una caratteristica speciale di tutti gli auto-avvelenatori. Però dico francamente, per conto mio, le bestie.... le lascerei stare.
Alzò gli occhi per guardare le due bionde fanciulle che lo ascoltavano sbigottite, attonite, come s'egli parlasse un linguaggio a loro sconosciuto.
Frattanto Totò aveva smesso di suonare, e, a un cenno di Lady Randolph, le si era avvicinato.
— Tienilo fermo, — disse quella; e il giovane afferrò il gatto e, appressatolo a Lady Randolph, lo tenne stretto per le quattro gambe.
Dal loro posto sul divano le ragazze non videro ciò che Lady Randolph faceva alla bestia, che urlava torcendosi nella stretta di Totò. Ma un senso d'orrore, di nausea indefinibile, di terrore profondo le invase.
— Ma cosa fanno?... Cosa fanno? — gridò Leslie impallidita.
— Si divertono, — rise Neversol; — gli fanno una puntura di morfina.
— Ma perchè?... perchè? — ansò Myosotis presa da un brivido d'indescrivibile orrore.