Molto alto e snello — press'a poco della stessa statura di Totò — egli si avanzava con quell'enimmatico sorriso sulle labbra scarlatte nel viso pallidissimo; era violentemente profumato; i capelli folti, lucidi, nerissimi, divisi da una parte, lasciavano da un lato scoperta la fronte bianca, dall'altro gli cadevano inanellati e lucenti sul sopracciglio.
Neri, grandi e tinti erano gli occhi, occhi lunghi e languidi ch'egli teneva quasi sempre abbassati; ma quando d'un tratto alzava le palpebre l'effetto dello sguardo era impressionante.
— E Weisz? Dov'è rimasto? — Chiese Milady.
— Verrà più tardi, — disse il giovane, guardandosi intorno e sfiorando appena collo sguardo le due figurette sedute in fondo alla sala.
— Più tardi? — esclamò Milady, in tono di rammarico.
— Sì, sì. Molto più tardi, — disse il giovane.
Traversò a lunghi passi la sala andando verso il pianoforte dove sedeva Totò. A lui pose una mano — una mano lattea ed ingemmata — sulla spalla; poi, come Totò continuava imperturbato a suonare l'aria di «Mélisande», il nuovo arrivato aprì la rossa bocca e cantò: cantò, con una voce di soprano delicata e vibrante, prendendo gli acuti con una strana e dolce morbidezza.
Sì, sì; certo era una donna! pensò Myosotis meravigliata. Ma non appena se l'era detto, che, finita la frase musicale, l'artista pronunciò in una profonda e sonora voce baritonale:
— E così, Amberlocks, trovate che canto bene?
Totò, «dai riccioli d'ambra», non rispose e chiuse il pianoforte.