— È inutile! è inutile.... Non mi lasciano uscire di qui! — sussurrò Leslie, febbrile e rapida. — Se a te riesce di uscire, va! Chiama aiuto!

Myosotis ristette un attimo a guardarla, indi si slanciò verso la porta della sala da pranzo; ma si trattenne a tempo ricordandosi che ivi si trovavano Neversol e Lady Randolph. Rapida e silenziosa tornò indietro e corse verso l'altra stanza, la stanza quasi buia dove stava sdraiato Dafne Howard.

Sulla soglia si volse ancora un attimo a riguardare Leslie. La fanciulletta pareva dormire, riversa nelle sue chiome sciolte che l'ammantavano di luce fino ai ginocchi.

Aveva gli occhi chiusi. E sorrideva.

XXX.

In un balzo Myosotis traversò quella stanza crepuscolare che l'oppio riempiva di un vapore denso e dolciastro, e, scansando la lunga figura supina, aprì l'uscio e si trovò in un corridoio che dava nella sala d'ingresso.

E là, nell'anticamera, seduta accanto al focolare, calma, corretta e composta, stava la vecchia cameriera, pronta ad aprire la porta agli illustri ospiti attesi.

Myosotis non pronunciò sillaba; cogli occhi stralunati, colle braccia tese come ad invocare da lei il silenzio, le passò dinanzi e strisciò, silenziosa come un'ombra, verso la porta d'ingresso. Con frenesia cercò la serratura....

La donna non si mosse; il suo sguardo acuto seguiva le movenze di quella figuretta brancolante intorno al chiavistello, poi i suoi occhi vagavano verso l'uscio socchiuso della sala da pranzo donde giungevano, in un sommesso mormorio, le voci di Lady Randolph e di Neversol.

Myosotis in preda a un terrore folle sentì che non poteva aprire la porta.