Francis Harding la vide passare così tutte le sere; finalmente, una sera, la chiamò. Essa fuggì come una gazzella.
L'indomani quando il violento tramonto tropicale spennellava d'arancio e di viola il cielo, ella ripassò, e, come sempre, pur rallentando il passo quasi per farsi chiamare, volse il capo verso l'orizzonte non offrendo agli occhi del giovane che la sottile linea del capo, delle spalle, e delle esili anche. Ed egli con voce risoluta la richiamò.
Ella si fermò di botto e si volse a lui. Era distante forse venti passi, ritta sullo sfondo di quel cielo sfolgorante.
L'oriente rifletteva in una diffusa luce perlacea quel purpureo tramonto.
— Vieni qui, — diss'egli tendendo un braccio verso di lei. — Vieni qui. Voglio parlarti.
Ella non mosse d'un passo, ma deliberatamente, con gesto lento, solenne, quasi ieratico allargò le braccia che stringevano intorno alla persona e al capo il manto azzurro — e levò la faccia verso il cielo.
Orrore!...quel viso era maculato di larghe chiazze bianche....pareva che sulle guancie, sul naso, sulla fronte avesse nevicato....
Un grido di orrore e di pietà sfuggì alla gola dell'uomo. La donna, a capo chino, si allontanò rapida e sparì.
Di quell'incidente rimase per sempre a Francis Harding un brivido di terrore nelle carni. Ma un altro e più terribile ricordo egli doveva portar via dal suo soggiorno in quei tragici luoghi.