— Totò! Totò! non dir questo — ansò Lady Randolph e il suo ampio petto fluttuò come un mare in burrasca. — Sai che mi fai pena parlando così! Del resto, — soggiunse, — le giraffe, la settimana scorsa, ti erano pur piaciute.
— E perciò? Devono piacermi per tutta la vita? — sogghignò il giovane con amara ironia. — Bada che ti preavviso: uno di questi giorni.... «tatà, Totò!» — E fece cenno d'addio colla mano.
— Ma che cosa dici?
— Sì, sì. È finita. Vado al Giappone col mio amico Collins. Vado a Yokohama, dove le donne non si pettinano che una volta all'anno, non parlano mai, e dormono vestite.
Indi sciogliendosi impaziente da lei, uscì colle sue lunghe gambe snelle, nel giardino.
A colazione Totò non volle parlare che di Yokohama e Tokio e, al domestico che gli porgeva i piatti, diceva: — Sayonara! — con affabile dignità. A dir vero era incerto se quella parola significasse «grazie» o «buonanotte»; ma poichè nessuno degli altri lo sapeva....
— Mi sento male, — disse Lady Randolph Grey a metà colazione; e depose sulla tavola il tovagliolo.
Le giraffe e il «Duca di Norfolk» emisero qualche inarticolato suono di rammarico; il «Principe di Galles» arricciò il fine naso in una espressione d'incredula noncuranza.
La bionda signora uscì maestosamente dalla sala da pranzo, come una bella paranza a vele spiegate, e si ritirò nella sua camera. Chiamò Lucy a chiudere le imposte; si mise a letto e diede ordine che nessuno la disturbasse.