Si trovò in un piccolo ufficio buio, colla finestra che dava su un muro annerito dal fumo e dagli anni. Ed ivi, davanti a una grande tavola ingombra di carte, sedeva un uomo.
Era un uomo sulla quarantina, largo di spalle, con una gran barba bruna. Egli teneva in mano il foglietto scritto da Myosotis, e contemplava Miss Jones con evidente stupefazione. Quella, traverso i suoi occhiali, lo contemplava con non minore sorpresa.
Dopo un momento di incertezza Miss Jones ripetè per la terza volta la sua domanda:
— Posso parlare colla zia Marianna?
Ora gli occhi di lui avevano oltrepassato Miss Jones, e si fermarono sulla figuretta nel vano della porta col suo mazzo di rose in mano. Un riso gli balenò negli occhi, e, alzandosi lentamente dal suo posto, disse:
— La zia Marianna sono io.
XVI.
Un silenzio esterreffatto seguì questa dichiarazione. Gli occhi di Myosotis, fissi su quel viso barbuto, si allargavano smisuratamente.... Egli vide quelle iridi balenare azzurrissime, poi con un rapido battere delle palpebre, velarsi subitamente di lagrime.
Erano lagrime di bruciante umiliazione. In un lampo tornarono alla mente di Myosotis le lettere ch'ella aveva scritto a quest'uomo, lettere puerili in cui gli aveva svelata tutta se stessa, in cui aveva descritto le sue intime sensazioni, in cui aveva persino descritto il colore dei suoi occhi e dei suoi capelli.... Tutti, tutti i suoi pensieri aveva detto a questo sconosciuto, credendo, di parlare ad un'amica, a una dolce donna dagli occhi profondi, dalla fronte serena sotto i capelli bianchi....
Un immenso rancore, quasi un senso d'odio, la invase; e colui che la guardava vide un pallore latteo salire lentamente a sbiancarle il viso delicato. E vedendola così pallida, colle sue rose in mano, un improvviso rimorso gli strinse il cuore.