XIV.
Raimonda ora, ogni tanto, spariva. Senza preavviso, senza lasciar detto nulla, partiva e rimaneva assente talvolta un giorno solo, talvolta tre o quattro giorni, talvolta anche una settimana.
Durante quelle assenze Alberto si aggirava inquieto e sdegnato tra lo studio e la casa in corso Umberto, covando dei foschi propositi di rottura e di vendetta; poi, non appena la rivedeva, pur trovandola sciupata e intristita, pur sentendo quasi di odiarla, ricadeva sotto al fascino di lei. Ella, d'altronde, non faceva più nulla per avvincerlo o ammaliarlo. Ormai lo teneva. Lo teneva colla forza speciale della donna non bella, della donna non giovane, della donna non buona. Lo teneva, soprattutto, colla forza incrollabile della donna che ha amato e che sembra aver cessato di amare.
—Tu non sei mia come una volta,—ansava Alberto, stringendola convulso.
—Ma che idea! Ma perchè?...—diceva lei, ravviandosi i capelli.
—Ti sento diversa... lontana... Una volta eri tutto fuoco e furore...
—Mio caro,—sorrideva lei, respingendolo con soave noncuranza e accendendo una sigaretta,—se avessi continuato ad amarti con fuoco e furore, tu a quest'ora mi detestavi e mi tradivi.
Alberto protestò, sdegnato; ma in cuor suo sentiva che forse ella diceva il vero.
—Già,—riflettè lei pensierosa;—voi uomini siete strani. Amarvi come voi volete è il modo più sicuro di farci disamare da voi. Perchè voi ci amiate noi vi dobbiamo tradire.