La signora ordinò svariate bevande che non bevve e vivande che non mangiò. Aveva molta sicurezza e «aplomb», e Alberto si sentiva come un collegiale impacciato e maldestro al suo cospetto.
—Siete giovane,—constatò ella squadrandolo con lentezza dalla punta dei capelli bruni alla punta delle scarpe di vernice: il percorso era lungo ed attraente.
Alberto rise.
—L'annuncio lo esigeva,—disse.—Chiedevate un signore che possedesse tutte quelle doti—Tacque.
—... Che mancano a me? È vero—disse la signora.—Io non sono giovane. Non sono affatto giovane. Quando la vostra bocca suggeva il latte, la mia era già bruciata dai baci degli uomini.
Alberto ebbe uno strano senso di dispetto. La sua gioventù, che gli sembrava una innegabile superiorità, cessava di esserlo, presentata a quel modo. Anche gli fece orrore l'immagine di quegli uomini ch'ella aveva baciato, e gli parve di odiare loro e lei.
—D'altronde—disse la signora,—che cos'è la gioventù? Che cosa conta? Noi donne che l'abbiamo oltrepassata siamo molto più interessanti; e siamo anche più felici. Conosciamo il valore di ogni cosa. Non vi è nulla di più inquieto ed infelice che la gioventù.—E additando una fanciulla in diafane vesti colle gambe snelle scoperte fino alle ginocchia che passava in quel momento:—Un po' di tempo fa io ero così. Un po' di tempo ancora e lei sarà come me. E poi, un po' di tempo ancora... e saremo morte tutt'e due. Anzi,—disse, volgendosi a guardare Alberto cogli occhi semichiusi, stringendo ed alzando la palpebra inferiore fino a dare ai suoi occhi una strana forma triangolare—anzi, saremo morti tutt'e tre. Anche voi.
—Già!—sospirò Alberto, che non trovava la conversazione soverchiamente gaia.—Anch'io.
—Voi forse prima di noi,—soggiunse la donna, contemplandolo pensosa.—Forse prima di noi.
—E perchè?—fece Alberto, risentito. La signora si strinse nelle spalle che erano esili e spioventi.