Io non comprendevo quel suo terrore; non sapevo perchè mi guardasse con quell'aria stralunata; non sapevo che cosa ella temesse ancora.

Così passarono delle ore. O dei giorni? o dei secoli? Non lo so. Weill e un altro dottore non vollero ch'io m'alzassi. Erano sempre al mio capezzale, scrutandomi con sguardi inquieti.

Io non comprendevo il perchè della loro inquietudine. Ormai stavo bene; appena qualche rara fitta di dolore alle tempia e all'occipite, un vago dolore indeterminato mi rammentava l'orrenda follìa di quella sera...

Una notte—la sesta o settima, forse—m'addormentai tardi. Ma quando mi svegliai era notte ancora; notte fitta. Tuttavia sentivo qualcuno—certo era Rosàlia—muoversi pianamente nella camera. Il suo passo leggero mi aveva forse destato?

—Rosàlia, sei tu?

—Sono io. Adriano!...—La sua voce era un ansito, rauco, irriconoscibile.

—Che fai?

Un silenzio.

—Rispondi. Che cosa fai, così nel buio?

Ancora silenzio.