«Per me, o mio amante, la falce s'abbassa. La clessidra si vuota.
«La clessidra che si vuota!... È un pezzo che l'ho sempre davanti agli occhi quella visione! È un pezzo che guardo, terrorizzata, la sabbia che scorre e fugge e cala; i giorni, le ore, i minuti che precipitano nel nulla, irrichiamabili, perduti.
«La clessidra che si vuota!
«Tu, mio diletto, non la vedi. Tu hai sugli occhi la benda meravigliosa e abbagliante della gioventù.
«E perciò tu non hai capito—non potevi capire—le mie angoscie, le mie frenesie... la mia fretta! Non capivi perchè io volessi da te in un solo istante, in un unico abbraccio, l'eternità e l'infinito. Ti pareva morboso e folle che io smaniassi così.
«E anche ora griderai:—Perchè? Perchè, se tu m'ami ed io ti amo, mi vuoi lasciare?
«È vero, è vero; oggi tu m'ami. Oggi io ti ho, ti tengo, ti posseggo—più profondamente forse di quanto tu stesso imagini! Ma so che questo non può essere eterno: ed io—come quelli che si uccidono per paura di morire—ti lascio per la paura di perderti.
«Sì; oggi sei mio. Tu, senza saperlo, cammini con me sull'orlo della Grande Tragedia; basterebbe una lieve spinta della mia mano, una leggera folata di ebbrezza, perchè anche tu precipitassi nel baratro, in quel baratro in cui altri già sparvero.
«Tu, o mio diletto, sfiori il «dramma passionale», il volgare dramma a forti tinte di cui, nella tua balda e sana giovinezza, hai sempre sorriso con scettica incredulità. Se restassimo insieme verrebbe il giorno in cui ti vedrei venirmi incontro con la folgore magnifica del delitto negli occhi: tu mi recheresti nella tua mano—dono portentoso!—il nero fiore della Morte.
«Ma questo io non voglio. Tu non devi perderti per me. Abbastanza ho sofferto e fatto soffrire. Io ti risparmio e ti salvo.