«Basta,» diss'ella levandosi improvvisamente, e la sua espressione di dignità un po' fredda mi ricordò di nuovo il contegno del dottor Reynolds. «Se fosse stato l'oltraggio del nemico sono certa che me l'avreste detto. Non insisterò più oltre. Questo solo vi dirò — che mentre avrei potuto compiangere la sventura, non so perdonare la mancanza di sincerità.»
[pg!193] E mi lasciò.
Io mi domando se sono io che sogno, o se la gente in questo paese è incomprensibile e pazzesca?
[pg!194]
XIII.
Luisa guardò in faccia la sua sventura — e tremò. Non vi era più dubbio, non vi era più speranza. Novembre! Il terzo mese era passato. Ciò ch'ella aveva temuto più della morte, avveniva. L'oltraggio subito si perpetuava in lei. L'onta si era fatta eterna, la violenza si era fatta umana. Il delitto viveva — viveva! e le pulsava in seno.
Nel cuor della notte ella si levò a sedere nel letto. La realtà orribile l'aveva colpita come una percossa al cuore.
Rimase così al buio, coi denti serrati, le mani premute alle tempia; poi scivolò dal letto e stette immobile in mezzo alla stanza. Tutta la casa dormiva. Ella era sola, sola col suo orrore e la sua disperazione.
Come poteva sottrarsi all'orribile cosa che portava in sè? Come sfuggire a sè stessa?
[pg!195] Accese la luce e andò con rapidi passi allo specchio. E si guardò.