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XXII.

«Rockaby, lullaby,

«bees in the clover...»

cantava Nurse Elliot, facendo dondolare la culla e guardando distrattamente dalla finestra donde si scorgeva il campanile della chiesa di Bomal e le cime ondeggianti degli alberi nel cimitero.

«Forse,» sospirò Miss Elliot, infermiera della Croce Rossa Americana, «forse questa povera creaturina starebbe meglio se dormisse già laggiù, sotto quegli alberi....»

Quasi in assentimento il bimbo nella culla emise un malinconico vagito. Allora Miss Elliot ricominciò a ninnare la culla ed a cantare.

Il bambino rinunciò subito a gareggiare con quella poderosa voce di contralto e per disperazione si riaddormentò. Non era al mondo che [pg!286] da sette giorni e, a dir vero, non vi aveva trovato gran che da rallegrarsi; Vi era molto trambusto e canto, poco nutrimento e parecchi dolori di qua e di là.

«Questa è la vita!» gli disse la cicogna che stava ancora sul tetto, ritta su una gamba sola, a riposarsi dal viaggio. «Potevi stare dov'eri!»

«Non si potrebbe tornar via?» pianse il piccino. «Si stava assai bene nell'azzurra landa dell'inesistenza, sdraiati nel calice d'un fiore di loto.»

La cicogna si strinse nelle ali e si pettinò le piume col becco. «Abbi pazienza. La vita dura poco.»