La donna sussultò. «Zitta, parla piano. Entra, entra!» E prendendole il braccio la trasse rapida nell'anticamera e chiuse a chiave e col catenaccio la porta di casa.
Il suo sguardo era oscillante, smarrito, e di tratto in tratto uno spasimo nervoso le contraeva il volto.
«Oh, mia cara!» esclamò Luisa, e l'abbracciò piangendo.
Madame Doré la condusse di sopra nella sua camera da letto, ed anche là chiuse la porta a doppio giro: aveva l'ossessione di essere costantemente spiata e vigilata.
Allora sottovoce, tra il pianto, narrò a Luisa la sua terribile storia — Andrea ucciso nella notte del 4 agosto sul piazzale della chiesa; Jeannette, quindicenne, preda della soldataglia tedesca e morta in un ospedale di Bruxelles; Cecilia fuggita in Inghilterra.
Ed a sua volta la triste donna apprese dalle labbra di Luisa il loro triplice martirio.
Col cuore stretto da un'infinita pietà Madame Doré accarezzava i morbidi capelli di Mirella. «Sì, sì; lasciala pure con me. Puoi essere tranquilla sul suo conto. Sarà anzi un grande conforto [pg!289] averla qui. Ah, se ci fosse anche Cecilia che l'amava tanto!»
«Come mai Cecilia ha trovato il coraggio di partire così, tutta sola?» chiese sommessa Luisa.
«Altre quattro donne di Bomal sono andate con lei. Ve n'era una che aveva dei parenti nella contea di Surrey... Qui Cecilia non poteva più vivere,» singhiozzò la madre, «dopo la morte di Jeannette e di suo fratello Andrea. —» Di nuovo lo spasimo nervoso le contrasse il viso macilento. «Tu sapevi di lui... che l'avevano ammazzato a fianco del nostro povero curato in quella notte....»
Sì, Luisa sapeva. E strinse forte tra le sue le mani scarne e tremanti della vecchia amica.