«Oh, sì, si, Mary! Luisa ci odia, ci odia entrambi,» ripetè Chérie stringendosi con gesto disperato le mani sul cuore. «Se mai per un istante mi accade di scordare le nostre tristezze, se gioco col piccino e gli sorrido, subito sento gli occhi di Luisa fissi su di noi, ostili, implacabili. Luisa ci odia. E tutti, tutti ci odieranno così. Sì! Sì! Tutti ci guarderanno con quegli occhi d'ira e di disprezzo. Ahimè! Dove, dove andremo a nasconderci, io e quel povero piccolo essere sfortunato?»
[pg!296] E volse una sguardo lacrimoso alla porta della camera che celava la culla.
Mary Elliot sospirò; poi si legò la cuffia sotto al mento e si mise i guanti. Era pronta alla partenza.
«Mia piccola amica,» disse gravemente ponendo le due mani sulle esili spalle di Chérie, «il fato, qualunque esso sia, lo dovrete affrontare. E lo affronterete con coraggio.» La baciò affettuosamente sulle due guancie. «Ed ora se mi volete un po' di bene, se in questi tristi giorni ho potuto confortarvi un poco — ecco venuto il momento di compensarmene!»
«Ah, come — come potrò mai compensarvi?» singhiozzò Chérie.
«Mettendovi il cappello, prendendo il vostro bambino tra le braccia, ed accompagnandomi alla stazione.»
«Alla stazione! Io!... col bambino! — oh, no! Non me lo chiedete!» Una vampata di rossore le era salita al viso.
In quel punto entrò Luisa pronta ad uscire.
«Sì,» ripetè l'infermiera fissando in volto a Chérie i suoi occhi risoluti. «Mi accompagnerete alla stazione — voi, vostra cognata ed il bambino. Verrete tutti e tre a dirmi addio e ad augurarmi buona fortuna.»
[pg!297] «Ve ne supplico, non mi chiedete questo,» mormorò Chérie.