Trovò la piccola fiala azzurra delle pastiglie di sublimato; versò dell'acqua distillata in una bacinella; poi prese del cotone e un pacco di garza. Quindi uscì, risalì le scale, passò ancora davanti alla turba grigia dei soldati, ed entrò nel salotto.
[pg!87] Era vuoto. Dove erano andati? dove avevano portato Chérie e Mirella?
Vacillando, inciampando, come acciecata dal terrore, Luisa salì i quattro gradini che conducevano alla sala di ricevimento. Dentro udì delle voci, ed aprì la porta.
Il capitano Fischer, in maniche di camicia e senza scarpe, stava sdraiato sul divano; Von Wedel e Glotz in piedi accanto alla tavola ancora tutta adorna di fiori per la festa, divoravano a grandi bocconi dolci, focacce e sandwich. Avevano gettati i loro elmetti grigi sul pianoforte; i loro cinturoni ingombravano le seggiole.
Luisa vide Chérie, tremante e pallida, addossata al muro in un lontano angolo della stanza.
«Mirella dov'è?» gridò Luisa.
Chérie rispose: «E' andata disopra. Quell'uomo» — e indicò il capitano — «l'ha mandata a cercargli delle pantofole. Io volevo andare con lei, ma non mi hanno lasciata....» La voce le si ruppe in un singhiozzo.
«Dio di misericordia,» mormorò Luisa, «mi pare tutto un sogno.....»
Il capitano, vedendo Luisa, si era rizzato a sedere.
«Ah!» esclamò, «ecco la mia suora di carità! [pg!88] La mia dolce Samaritana!» E si alzò e le andò incontro nelle sole calze e le prese dalle mani la catinella.