«Andate via!» strillò. «Andate via!».
Il signor capitano la prese senza brutalità per le esili spalle.
«Le piccole bambine....» borbottò, «a quest'ora... devono essere a letto. Le mie bambine sono già a letto da un pezzo.»
Luisa torse le mani convulse. «Vi supplico, vi supplico! Abbiate pietà di noi! Lasciateci andar via.... La casa è vostra, ma lasciateci andar via...»
L'ufficiale la guardava con aria istupidita, arricciandosi i baffi grigi. «E dove volete andare?» domandò.
«Nelle nostre camere,» balbettò Luisa.
«Ma non ne avete voi di camere!» fece il capitano, con un sorriso ambiguo. «Sono nostre [pg!98] le camere!» E piegandosi in avanti e spalancando gli occhi, la fissò in modo assai significativo.
Luisa si guardò selvaggiamente attorno, come un povero animale preso in trappola.
Essa vide Von Wedel e Feldmann che tenevano in mezzo a loro Chérie e la forzavano a bere nei loro bicchieri; vide Glotz che si girava e rigirava sullo scanno del pianoforte, imbambolato ed impassibile; e vide quest'uomo di fronte a lei che si sporgeva avanti, che ammiccava lubrico e suggestivo — così vicino che essa ne sentiva in faccia l'alito caldo ed acre. Il nemico! Era il nemico. L'uomo dai piedi imbrattati di fango e di sangue.... ecco, egli tendeva la mano.... la toccava!
Allora Luisa cadde in ginocchio e trasse giù a ginocchi anche la piccola Mirella. Tendendo in alto le mani giunte, levò su di lui il volto rigato di lagrime.