VIII.

Eva, frattanto, salite le scale, andò a battere leggermente all'uscio dello studio, trasformato ora in un salotto per le rifugiate.

Nessuno rispose; ed ella, stette un momento incerta. Poi udì una voce che diceva tra i singhiozzi: «Mirella! Mirella!»

Era tale la disperazione in quella voce che la fanciulla con subitaneo impulso girò la maniglia e socchiuse l'uscio.

Nel cerchio di luce sotto la lampada, un quadro, quasi biblico nella sua tragica bellezza, apparve ai suoi occhi e la fermò incantata sulla soglia.

La più giovane delle profughe — la pallida bambina — stava ritta e immobile coi lunghi capelli che le cadevano lisci e lucenti come acqua aurata intorno al viso; guardava fissa dinanzi a sè, rigida come una statuetta di marmo. Prostrata [pg!139] a' suoi piedi — e le lunghe vesti nere si spandevano come un cerchio di lutto intorno a lei — era la maggiore delle tre, il volto e le braccia levate in gesto disperato verso la figuretta immota. Era la sua voce singhiozzante quella che Eva aveva udito. E in piedi accanto a loro, tenendo alto tra le mani giunte un piccolo crocifisso d'oro, l'altra — la giovanetta che aveva sorriso — pregava: «Sainte Vierge, aidez-nous! Mère de Dieu, faites le miracle!»

Ma immobile, senza udito, senza sguardo, la bambina per cui le donne pregavano rimaneva ritta e rigida, cogli occhi spalancati fissi nel vuoto.

Eva sentì serrarsi il cuore e indietreggiò, richiudendo piano la porta. Indi, dopo un istante d'esitazione tornò a bussare, un po' più forte.

Quasi subito una voce tremante rispose: «Entrez.»

Ora erano in piedi tutte e tre, ma la più grande aveva ancora il volto rigato di lagrime.