— Ah! — esclamò ella. — Si tratta di un discorso che ha da farmi il signor Gonzaga, e sei triste? —
Il Manfredi contemplò un istante la figliuola, non senza maravigliarsi di vederla così lieta all'udire quel nome.
— Sei dunque molto contenta che egli ti parli? — le chiese.
— Babbo... non so. Con che aria me lo domandi! Ma infine, che c'è di male? Non mi avete assuefatta da bambina, tu e la povera mamma, a stimarlo come un uomo nobile e buono, ad amarlo come il migliore amico della famiglia? È venuto, dopo tanti anni che si aspettava; l'ho veduto ancor io, e m'è parso superiore all'idea che m'ero fatta di lui. Sai? a forza di sentirlo nominare come un giusto, come un uomo virtuoso, come un'anima eccelsa, mi ero figurata un Socrate, un Platone, un Pitagora, che so io! uno di quei tanti filosofi antichi, di cui tutti parlano, di cui generalmente non si conosce che il nome, e che appunto per questo si ricordano con maggior reverenza, anzi con venerazione. Che cosa ho trovato, invece? Un gentiluomo, un perfettissimo gentiluomo, più vero di tutte quelle immagini della mia infanzia, più grande e più giovane della sua fama. E vuoi che io mi spaventi di ciò che quest'uomo ha da dirmi? Non mi dirà, ne son certa, che delle cose gentili, delle cose piacevoli, come me ne ha dette tante iersera.
— Ah, bambina! — esclamò il senatore Manfredi, non potendo, con tutta la sua tristezza, trattenersi dal ridere. — E se egli ti chiedesse....
— Oh Dio! La mia mano? Col tuo permesso, gliele darei tutt'e due. È questo che ti turba?
— Sì questo.
— Ma che c'è? — ripigliò Gabriella, accostandosi. — È egli forse diventato meno nobile, meno buono, meno degno di te?
— No, Gabriella, no; ma vedi? l'uomo per cui egli verrebbe a chiedere la tua mano.... io non so se sarebbe intieramente degno di te.
— Tu mi spaventi, babbo. Non si tratta dunque di lui!