Il conte Guidi non si era proposto di andare dai Manfredi, quella sera. Chiamato dalla contessa, si accinse da buon cavaliere ad obbedirla, non senza maravigliarsi di quello strano capriccio, che la consigliava a voler essere accompagnata dove tante altre volte era andata, con la sua carrozza e col suo servitore, da sola.

— Contessa, — le aveva detto il Guidi, presentandosi, — mi avete fatto l'onore di crearmi vostro cavaliere, ed eccomi qua.

— Ringraziatemi, almeno; — aveva risposto Giovanna. — L'ho fatto per utile vostro.

— Come?

— Sicuramente; non amate voi Gabriella? —

Il conte Guidi era un cavaliere tenebroso, già ve l'ho detto, e come tutti i cavalieri tenebrosi si teneva sempre in bilico fra parecchie dame, non dimostrando e sopratutto non confessando le sue preferenze per alcuna. Perciò a quella bottata della contessa di Castelbianco, rimase un pochino sconcertato.

— So tutto; — proseguì la signora; — dunque, venite. —

Il Guidi, vedendo che ella sapeva tutto, e immaginando ch'ella ne sapesse più di lui intorno al modo di pensare e di sentire della signorina Manfredi, non perdette il suo tempo a negare. Giunone lo aveva sempre trattato con quella amabile confidenza che è naturalmente portata dalla parità delle condizioni sociali, ma senza nessuna dimestichezza particolare, senza ombra di sentimento, che lasciasse intravvedere un'intenzione più tenera. Egli dunque ammise facilmente che davvero le stesse molto a cuore di farlo entrare in grazia alla giovane Diana; ma soggiunse che non aveva quasi ragione per andar quella sera da lei, perchè l'ultima sera che si erano veduti, cioè ventiquattr'ore prima, al ballo della contessa, Diana era stata un po' fredda con lui, ed egli, dal canto suo, aveva commesso qualche errore di tattica.

— Ragione di più per presentarsi e ristabilire le sorti della guerra; — rispose la contessa. — Venite, Guidi; mi racconterete i vostri errori per via, e troveremo il modo di ripararli. —

XIV.