Gabriella aveva fatto un saluto assai cerimonioso al conte Guidi, ma aveva abbracciata e baciata con grande effusione di cuore la sua cara Giovanna. Non credeva alle calunnie distillate da un vile anonimo contro la sua bella imperatrice, e le pareva, con una maggiore dimostrazione d'affetto, di dare a quelle calunnie una mentita più solenne e più forte.
Il conte Guidi rimase a discorrere col senatore Manfredi; ed egli e il suo interlocutore erano per verità un pochino impacciati, poichè non sapevano con quali discorsi trattenersi a vicenda. La contessa di Castelbianco e Gabriella si erano sedute sopra un sofà, l'una a fianco dell'altra, e là, sul fondo verde cupo della spalliera di stoffa operata, davano sembianza di due belle rose accompagnate, sorgenti insieme da un viluppo di quelle stupende foglione vellutate, in cui la natura, cesellatrice meravigliosa, sembra aver voluto rivaleggiare coi capricci dell'arte.
— Pompeo non poteva accompagnarmi così presto come io desideravo; — disse Giovanna all'amica; — ma per fortuna è venuto il conte Guidi. Quel povero giovanotto ha veramente una bell'anima, e avevi ragione tu, quando mi dicevi di volerlo studiare. Sai che cosa mi stava dicendo, in carrozza, di te? —
Gabriella non era molto curiosa di saperlo; ma, per compiacere all'amica, dovette aver l'aria di desiderare quella piccola confidenza.
— Sentiamo che cosa ti ha detto; — rispose.
— Signora (sono le sue parole, che ti riferisco testualmente), intercedete per me, presso la divina Gabriella. In un momento di follìa, non giustificata, è vero, da nessun precedente, ma certamente scusabile agli occhi di uno che potesse leggere nel mio cuore, ho detto alla signorina Manfredi una frase di cui sono pentito. Darei, ve lo assicuro, darei tutto il mio sangue per cancellarla, o almeno per ottenerne il perdono. A voi non si nega nulla; vorrete dir dunque una buona parola per me? Sono venuto a bella posta da voi. — Così mi ha parlato quel poveretto, e ti confesso che in quel momento faceva veramente pietà. Da brava, Gabriella mia, se è vero che tu a me non neghi nulla, perdonagli quella frase malaugurata, che io non conosco neppure, poichè a lui mancò il coraggio di ripeterla.
— Non la ricordo, questa frase terribile; — rispose Gabriella. — Dev'essere ben poca cosa, come vedi, e il signor conte sicuramente si è ingannato, immaginando che io avessi potuto dare importanza ad una frase sfuggita nel calore di una conversazione. Ne dicono tante, quei signori! —
Non era questo che la contessa voleva; tanto più che ella, contrariamente alla sua fresca asserzione, conosceva benissimo la frase che aveva fatto torto al conte Guidi nell'animo della signorina Manfredi. E la ricordava anche Gabriella; ma quella frase toccava l'argomento delle sue ammirazioni, ed essa non voleva profanare un sentimento così nobile e puro come il suo per Cesare Gonzaga, mettendolo in discussione, a proposito d'un sarcasmo del conte Guidi, di quel vago cavaliere, che oramai poteva essere tenebroso a sua posta, poichè ella non lo studiava già più.
La contessa Giovanna finse di contentarsi per allora, immaginando giustamente che la giovine amica si sarebbe ostinata nel facile perdono di una frase non voluta ricordare.
— Ah, bene! — diss'ella. — Temevo già che tu fossi in collera con lui, e che la collera potesse consigliarti una risoluzione a suo danno.