— Capisco, può indovinare i tuoi segreti di Stato, o di Banca. Anzi, diciamo addirittura di Banca, per restare nel genere femminile. —
Arrigo fece un gesto di ragazzo contrito, e andò nella camera attigua. Due minuti dopo era di ritorno.
— Del resto, — disse il Gonzaga, tanto per riattaccare il discorso, — un bravo giovanotto, quel Ceprani?
— Ah, sì, lascia che ti sgridi, caro zio! — rispose Arrigo, mettendosi sul grave. — Che prodigalità son queste? Hai le mani bucate, a quanto pare. Sei appena arrivato in Roma, e già ti adatti all'ufficio di vittima. Caleranno i corvi, non dubitare, caleranno a centinaia, per levarti i pezzi. Qui, dopo l'acqua, delle fontane, non c'è altra abbondanza che di corvi.
— Non mi credere troppo stolido, via! — replicò il Gonzaga. — Una volta non conta per uso. Ma non è tuo amico, questo Ceprani?
— Amico, sì, non lo nego. Ma gli amici non hanno da esser mica vampiri, per succhiarci il nostro sangue. Caro zio, ci ho una massima, io: il cielo per tutti, e ognuno per sè. A buon conto, io non ho mai chiesto nulla a nessuno. —
E il viso di Arrigo aveva preso una espressione di durezza, che diede nell'occhio, ma più ancora sui nervi, al vecchio Gonzaga. Non era più quello, perbacco, il viso di sua sorella Cecilia.
— Ne sei ben sicuro? — diss'egli, dopo un istante di pausa. — Ed anche senza ricorrere alla borsa altrui, non ci sono servigi che ci è mestieri qualche volta di fare, o di chiedere? Le amicizie, così belle nel loro disinteresse, in certi momenti, e senza secondi fini, non sono esse un capitale che si sfrutta?
— È un'altra cosa; — rispose Arrigo. — Il Ceprani è mio amico. Spenda la mia amicizia, la faccia valere, ma non tocchi la mia borsa.
— Sei troppo rigoroso; — notò il vecchio. — Ma che uomo è costui?