Egli rivolse perciò una timida occhiata alla baronessa e s'inchinò modestamente; poi, fatte poche altre parole con la padrona di casa, andò diritto dove lo chiamava per allora la legge di gravitazione, cioè a dire verso Gabriella Manfredi. L'aveva veduta sola, non potendo chiamar compagnia la presenza di un giovane ballerino (sapete che in società ci sono i ballerini nati, non buoni ad altro ufficio, fuor questo) e s'inoltrò risoluto. Il ballerino aveva chiesto l'onore di fare con lei il primo giro di valzer, lo aveva ottenuto, non gli restava altro da dire. Il conte Guidi incominciò a parlare del teatro Valle, dove la sera innanzi aveva veduto Gabriella; lodò alcune scene della commedia, ma si fermò più volentieri a criticare quel genere di composizione, manifestando le sue predilezioni per il dramma della vecchia scuola, dove erano nobili i sentimenti, alti i caratteri, e schietta e di gran vena la poesia. Di lì al teatro dello Schiller non c'era che un passo, e il conte Guidi trovò facilmente il modo di attaccare una conversazione non frivola, da non finir così presto, e da permettergli anche di prender posto accanto alla Manfredi.
I soliti frequentatori di casa Castelbianco erano quasi tutti arrivati, quando il conte Pompeo si avvicinò alla moglie, accompagnandone tre nuovi, Arrigo Valenti, Orazio Ceprani e un signore dai baffi grigi, ch'ella non conosceva ancora.
— Mia cara, — incominciò il conte, — sono felice di presentarvi Cesare Gonzaga, lo zio del nostro Valenti.
— È una vera fortuna per noi di conoscere un uomo come lei; — disse a sua volta la contessa. — Si è già tanto parlato, in casa mia, del marchese Gonzaga!
— E mi accadrà, contessa, — rispose il nuovo venuto, — di non corrispondere a tanta gentile aspettazione. Così è, signora; — proseguì, prendendo il posto che la contessa gli aveva cortesemente indicato al suo fianco; — io sono oramai diventato un barbaro. Non avvezzo da tant'anni ad altri ricevimenti che i durbar dei principi indiani, mi troverò molto impacciato nella società elegante di Roma.
— Che dice ella mai? Ci porterà almeno una freschezza di sentimenti, che è divenuta troppo rara tra noi; — replicò la contessa.
Cesare Gonzaga ammirò quella bellissima testa da imperatrice, come avrebbe potuto fare qualunque barbaro civilizzato, o qualunque europeo imbarbarito. E mentre rispondeva alle cortesie della contessa, andava dicendo tra sè:
— Che donna stupenda! E sarò io che dovrò darle il colpo di grazia, per compiacere quel fortunato briccone di mio nipote? A proposito, dove va egli? —
Arrigo Valenti, fatto alla padrona di casa un saluto molto cerimonioso e freddo altrettanto, l'aveva lasciata con lo zio Gonzaga, per andar oltre, verso una bella fanciulla dai classici contorni, vestita di bianco a liste di nero, o di nero a liste di bianco, che veramente non saprei dirvi con precisione, e che del resto importava poco allo zio Gonzaga di rilevare, tanto lo avevano colpito i lineamenti di quel viso verginale.
— La figlia di Lorenza! — mormorò egli dentro di sè, provando un gran rimescolo nel sangue. — Per una volta tanto, ha torto la legge di natura, e quella fanciulla è il ritratto parlante di sua madre. Ah, mio povero cuore, i nostri venticinque anni son lungi, e noi siamo sempre quelli d'allora! —