Gabriella Manfredi, dal momento che quel signore alto dai baffi grigi era entrato nel salotto, annunziato col nome di Cesare Gonzaga, non aveva più dato retta ai discorsi del conte Guidi. Il povero Schiller era tradito, dimenticato là, come è pur troppo dimenticato o tradito sulle scene. Il conte Guidi notò l'aria distratta di Gabriella, e a tutta prima non ne indovinò la cagione. Infatti, non poteva essere che la signorina Manfredi fosse rimasta incantata per la venuta di Arrigo Valenti, cioè di un giovanotto che le faceva la corte anche lui, ma che non pareva egualmente gradito. Ora, che altro poteva essere, perchè la fanciulla guardasse tanto nel crocchio della contessa Giovanna? Anche lui, giovane dai capegli neri e lucenti, dai baffi lunghi, sottili e nerissimi, che spiccavano sul pallore fresco delle guance, contemplò quel signore, alto e forte, dai baffi grigi, e dagli occhi scintillanti, cui dava anche un risalto più vivo la sua carnagione abbronzata dai soli indiani. Vestito in falda nera, col grande sparato bianco sul torace, Cesare Gonzaga aveva ripigliata l'aria del gran signore, ma di un gran signore che avesse fatto lungamente il soldato. Bell'aria marziale, che col crescere degli anni acquista in serenità tutto quello che perde in baldanza, e vi dà, florido ancora entro i confini della maturità, quel nobile tipo soldatesco, il cui solo aspetto dice un mondo di cose, la dignità della vita, la gagliardia virile dei propositi, le aspre fatiche e i rischi memorandi! Ha grigi i capegli, ma li ha salutati il cannone e incoronati la vittoria; ha gli occhi stanchi, ma in quelle bianche pupille venate di rosso si sono specchiati i colli seminati di strage, e il lampo delle batterie fulminatrici, e l'ondeggiar delle brigate al sole delle battaglie, e l'impeto divino delle cariche e il mobile luccichio delle cuspidi dorate sulle bandiere dei reggimenti, su quei poveri brandelli dai colori sperduti, che nessuna pittura può rendere più vivi allo sguardo, nessuna pompa cittadina sventolare più gloriosi al pensiero, più efficaci sul sentimento delle moltitudini. Allora, anche un viso brutto par bello; e il bello non conosce rivali. Vecchio guerriero, che una forte virilità illumina e scalda de' suoi ultimi raggi, il trionfo non è più cosa dei nostri giorni; non si passa più sulla bianca quadriga attraverso la via Sacra; non si ascende più in Campidoglio, e per molte ragioni, tristissime tutte! Ma c'è ancora un lampo generoso negli occhi, ancora un sorriso amorevole sul labbro di una donna; e quel lampo, quel sorriso della età nuova all'antica, è il trionfo della dignità, del valore, della grandezza a cui l'uomo può giungere, combattendo per l'onore della patria, o per la vittoria d'ogni nobile idea. Effimero, sì, come tutti i trionfi! Eppure, per la gloria di un giorno viviamo e combattiamo tante aspre battaglie; qualche volta per la gioia di un'ora, per la ebbrezza di un attimo; e raccolti nella soave memoria di quel giorno, di quell'ora, di quell'attimo celeste, ci spegniamo in silenzio, povere stelle cadenti, ci sprofondiamo nella immensità dello spazio sconosciuto.

Arrigo era venuto coi suoi complimenti, freddamente accolti, a distogliere la signorina Manfredi dalla contemplazione del vecchio. Con lui si era avvicinato anche il Ceprani, che il conte Guidi tirò presto in disparte, per chiedergli:

— Chi è quel vecchio signore con cui siete entrati voi altri?

— Quello là? È Cesare Gonzaga, lo zio del Valenti; — rispose Orazio Ceprani; — un marchese che non vuol essere chiamato marchese, e che ha passato trent'anni della sua vita nel Bengala, facendo la guerra agli Indiani e guadagnando molti laks di rupìe.

— Non mi piace niente affatto; — sentenziò il giovinotto.

— Ah, bravo! Ecco un presentimento; — replicò Orazio Ceprani.

— Un presentimento! perchè?

— Vieni in qua, e te lo spiegherò. Bada che è un segreto, colto al volo da me.

— Tu cogli tutto al volo!

— Dio buono! È l'arte di vivere in società. Guardare, udire, raffrontare, trarre la conseguenza e regolarsi; tutto ciò è diritto e facile come un sillogismo. Sappi dunque che Arrigo Valenti è innamorato di Gabriella Manfredi.