— Qua, qua, tra le mia braccia! — proseguì il senatore Manfredi, stringendo al petto l'amico della sua giovinezza. — Venivo, sai, venivo questa sera all'albergo; ma il conte di Castelbianco mi ha detto che tu dovevi capitare da lui, e sono rimasto qui ad aspettarti. Cesare... mio buon Cesare! —

E lo abbracciava ancora, e lo ribaciava sulle gote.

— È un brutto momento, Andrea, un brutto momento! — disse, con voce soffocata dalla commozione, il Gonzaga. — Ho fatto troppo a fidanza con le mie forze. Era meglio che ci vedessimo altrove.

— Siamo quasi soli; — rispose il Manfredi. — Là dentro si balla, e noi, qui in disparte... piangeremo come due ragazzi, non è vero?

— Eh, questo temevo, e ora si dà spettacolo, Andrea! Quanti anni passati! Il meglio della nostra vita, senza vederci! E tua figlia, la tua Gabriella, che angiolo!...

— Sua madre, vedi! Lo hai notato anche tu, che è tutta sua madre? Ed io debbo amarla due volte, questa cara figliuola. —

La cara figliuola stava lì ritta, guardando quei due amici lagrimosi, ch'ella era così felice di poter confondere in una sola ammirazione, in una sola tenerezza. Ma essa, nella postura in cui era, aveva anche gli occhi verso lo specchio, e quella perfida lastra le offerse l'immagine del suo ballerino, ritto impalato dietro le sue spalle, come un Mefistofele burlesco, venuto a rammentarle l'adempimento di un patto. E si volse, la cara figliuola, non senza un pochino di stizza, quasi volesse dirgli col gesto: — Ma ella vede, Dio buono, che ci ho altro da fare?

— Signorina, — disse il ballerino, ossequioso nell'atto, ma inflessibile nel proposito, sono sempre a' suoi ordini. Aspetterò, non s'incomodi. —

Gabriella fece un atto d'impazienza, ma tutto interiore, e, veduto che non c'era verso di liberarsi, prese l'eroica risoluzione di vuotare il calice amaro in un sorso.

— No, — rispose allora, — vengo subito. Badi, signor Cesare, — proseguì, rivolgendosi al Gonzaga, — appena finito questo valzer, vengo a discorrere con lei. Dev'essere questa sera il mio cavaliere.