I due amici erano rimasti nella galleria, finalmente soli, perchè il primo seccatore del Regno, vedendo di non poter riattaccare il suo discorso sulle proprietà del solfato di chinina, era andato a cercare un'altra vittima; sicut leo rugiens... con quello che segue.
— Lascia che io ti guardi ancora; — diceva il Manfredi; — così, nel bianco degli occhi. Come sei sempre giovine e forte! Io, vedi, sono una rovina.
— Eh, via! I capegli un tantino più bianchi de' miei, ecco tutto; — rispose il Gonzaga.
— Aggiungi un'anima accasciata, Cesare mio. Dopo la morte di Lorenza... avvenuta sei anni fa! e il mio dolore è acerbo ancora, come se l'avessi perduta ieri. Ti rattristo, coi miei discorsi, lo so; ma oggi, che vuoi? oggi è un lutto comune. Trentatrè anni fa, era un dolore tuo, che tu hai sopportato virilmente, mio povero amico! Che fuga è stata la tua, e come il tuo sacrifizio è stato inteso da noi! Perchè, infine, tu hai rinunziato alla famiglia, alla patria, a tutte le soddisfazioni, a tutti i conforti che potevi giustamente sperare. Ti amavo, lo sai, ti amavo come un fratello! Ma ti ho amato anche di più, pensando che tu eri più grande, più generoso di me, e che io non avrei saputo fare quello che hai fatto tu, con tanta semplicità, con tanto eroismo. Sì, lasciami dire tutto quello che io penso di te, e che ho dovuto tener chiuso qua dentro, senza neanche sperare che avrei potuto dirtelo un giorno. Senti, Cesare, amico e fratello mio, se mi fosse dato di versare per te fin l'ultima goccia di sangue, ancora non mi parrebbe di averti pagato il mio debito di riconoscenza.
— Sempre lo stesso entusiasmo! — esclamò Cesare Gonzaga. — E sei un banchiere!
— Sì, un banchiere, ma che per ciò? Ho seguita la via de' miei vecchi; ma il cuore non ha potuto mutarsi. Veramente, — soggiunse il Manfredi, — per i tempi che corrono, mi sono ingegnato di nasconderlo, come si nascondono i tesori e i difetti, o le virtù che fanno ridere. Che giorni, amico mio! E come ce l'hanno barattata fra le mani, questa patria, che avevamo immaginato di far così grande e così bella! Va tutto alla peggio, sai, e la nuova generazione non ci affida di giorni migliori. Penso spesso al vecchio di Orazio, per dar torto al mio pessimismo; e non mi riesce, pur troppo! Noi brontoloni, forse, ma con la fiamma dell'ideale nell'anima; i nostri successori, più ameni, più graziosi, più dotti, anche più esperti; ma a conto loro e per le loro ambizioni; ma senza il menomo pensiero di un gran debito morale e politico nella coscienza. Vedo io troppo nero? Non so; ma questo è certo e fuor di questione, che i giovani d'oggidì non mi aiutano punto a vederci più chiaro. —
Cesare Gonzaga non poteva, per parte sua, dargli torto. Ma quella intemerata del suo vecchio amico gli veniva proprio in mal punto, e pareva fatta a posta per levargli il coraggio.
— E sia; — diss'egli, andando risoluto incontro alla difficoltà; — non amiamo i giovani. Ma tu, almeno amerai mio nipote.
— Il Valenti? Questa sera soltanto, e dal conte di Castelbianco, ho saputo che il cavalier Valenti è tuo nipote. È ricco, ed anche esperto negli affari; farà molto cammino. È uno dei fortunati del giorno.
— Ma è anche un giovane d'onore; — disse il Gonzaga, che aveva colto a volo il sarcasmo. — Non siamo noi troppo severi, Andrea? L'hai detto tu stesso, ricordando il vecchio d'Orazio. Poveri giovani! Abbiamo fatto tante sciocchezze noi altri, ed essi non vogliono imitarci. Via, non esser troppo rigoroso coi giovani esperti e savi, se, un po' più presto che non abbiamo fatto noi, si mettono a combattere con accortezza di vecchi capitani la gran battaglia della vita.