— Sei padrone di farlo. Non subito, per altro; non alla baionetta, come hai fatto con me.
— Oh, non aver timore; troverò il momento opportuno. E poi, si tratta di un negozio delicatissimo; non ne parleremo una volta soltanto. Se il mio Arrigo ha dei difetti, dovrà anche lavorare di buona voglia a levarseli. Gabriella è una creatura divina: non si conquista come la fortuna; bisognerà meritarla.
— Tu, ora, guasti il babbo, Cesare mio! — disse il Manfredi, afferrando la mano del Gonzaga e stringendola fortemente tra le sue. — Non guastare anche la figlia, con le tue lodi soverchie.
— Che lodi! Che soverchi... e che coperchi! Io l'adoro, — replicò il Gonzaga, — e voglio, vedi che bella pretesa! voglio che mi ami, come ama te.
— Mi pare che sia una cosa già fatta; — rispose il Manfredi. — Vedila qua, che ritorna. —
Gabriella appariva in quel punto, classica figura biancheggiante tra il verde delle felci e delle latanie borboniche, con le sue belle guance imporporate dagli ardori della danza. Il ballerino (dobbiamo rendere questo omaggio alla verità) possedeva la sua arte, corrispondeva perfettamente a tutti gli obblighi dell'ufficio. Si poteva non trovar nulla da rispondere ai suoi sciocchi discorsi, ma si doveva aver confidenza in lui, quando incominciava a muover le gambe; bisognava abbandonarsi al vortice, descrivere le curve più violente e più rapide, trattenuti e lanciati ad un tempo da un polso d'acciaio, girando come un eccentrico sopra un asse ideale di rotazione, e fuori del centro di figura. Ricordi matematici, andate via! Il ballerino condusse la signorina Manfredi dov'ella voleva, allargò il braccio, fece un inchino, e via anche lui, mentre la fanciulla, resogli il saluto con un cenno del capo, riprendeva il braccio di Cesare Gonzaga.
— L'avete veramente conquistata! — notò la contessa di Castelbianco, che passava allora, al braccio del conte Guidi.
— Come vedete, contessa; — rispose il Gonzaga, accogliendo con un sorriso la celia garbata. — E son venuto di lontano assai, come tutti i grandi conquistatori. —
Cinque minuti dopo, una grande notizia si spandeva per tutto quel piccolo mondo di dame frivole e di cavalierini leggieri. Il ballerino ne aveva buttato là il germe, il nocciolo, l'embrione, senza dare importanza alla cosa, più per vezzo di chiacchiera che per isfogo di malumore, e tutti ci avevano lavorato intorno, aggiungendo, sottraendo, lisciando, adattando. S'era formata come i diacciuoli, sospesi alle gronde dei tetti, quando una goccia d'acqua si rappiglia, un'altra la segue, e via via di goccia in goccia si forma il candelotto; poi l'aria ci si trastulla dattorno, accarezzando, operando di ricamo, di filettatura, di traforo, di cesello e di sbalzo, questo ottenendo coi caldi e quello coi freddi, secondo i capricci e i bisogni, come farebbe un orefice.
Or dunque, ecco qua: il ballerino aveva dovuto conquistare la sua dama, seguendola pazientemente qua e là per le sale, e finalmente strapparla reluttante dal braccio dell'indiano; dopo averla conquistata, non era riescito a farla parlare che in grazia di una lode accortamente data all'indiano, da lei subito battezzato, con insolita energia d'accento, il cavalier senza macchia e senza paura. Ma il valzer era finito, e la dama, che aveva data la posta al suo Baiardo dai baffi grigi, era corsa a cercarlo, a riprendere il suo braccio. Baiardo non era poi vecchio, e ad onta di quei baffi grigi poteva sostenere il paragone con molti giovani, forte, fiorente e maestoso come appariva agli occhi di tutti. Aggiungete che ritornava dal Bengala, dove si era arricchito (insinuava destramente il Ceprani) facendo la guerra agli Indù; che doveva aver posseduto il cuore di qualche improvvida Rani, ottenendone i diamanti e cedendone il principato agli Inglesi; ragione per cui aveva potuto ritornarsene parecchie volte milionario in Europa. Il riccone, il nabab, appena giunto in Roma, conquistava tutti i cuori, faceva girare tutte le teste; oramai non aveva da far altro che gittare il fazzoletto, poichè tutte le dame si erano invaghite di lui, incominciando da quella stupenda ragazza, il cui babbo, uomo serio e di salda riputazione, era addirittura incantato, e copriva coi ricordi di un'antica amicizia il desiderio smanioso d'imparentarsi con lui. Ed anche era facile intendere la preferenza dell'indiano. Questi vecchi gagliardi, per solito, s'innamorano delle fanciulle, e non apprezzano la bellezza se non è fresca, come la rosa, delle sue prime rugiade. La fanciulla, dal canto suo, aveva sentito il fàscino e gradito l'omaggio del principe indiano; egli aveva gittato il fazzoletto, ed essa aveva lasciato cadere il tulipano, indizio e promessa di un amore violento. E poc'anzi, dopo il valzer ballato di mala voglia, non aveva essa rifiutato di ballare una polca con un altro fra i più brillanti cavalieri della festa, adducendo a sua scusa che si sentiva un po' stanca? Stanca una fanciulla ai primi balli, eh via! I lanciers, almeno, non l'avrebbero affaticata: ma i lanciers (vedete che caso!) li aveva già impegnati con Cesare Gonzaga. Immaginate i commenti! Si sarebbe veduto il sultano eseguire le riverenze, l'avanti e indietro, le diagonali e tutti gli altri passi a contrattempo, che fanno dei lanciers la confusione più amena e la cosa più buffa del mondo.