Immaginate altresì lo stupore, dapprima, e poi la stizza del conte Guidi. Era un tipo curioso, quel conte senza contea. Egli regolarmente andava in tutte le conversazioni, in tutte le feste, dove il suo titolo e la sua eleganza potevano renderlo accetto, e amava ogni stagione un paio di ragazze, con preferenza spiccata per le più ricche borghesi, e, tra queste, per le figlie uniche. Il bel giovane serio, gran cavaliere, parlatore discreto ed efficace a quattr'occhi, non amante delle arguzie, nè dei discorsi chiassosi, solamente disposto a sorrider breve quando sentiva le arguzie e i motti festosi degli altri, faceva allora il suo giuoco doppio. O vinceva la partita, e collocava la sua corona di nove perle sopra un sacco di napoleoni; o la perdeva, e restava con l'aureola di amante sfortunato, ma rispettabile e degno di consolazioni. Qual donna non doveva essergli riconoscente, sapendo di essere stata la sua prima e infelicissima fiamma? Ci sono tanti tesori di pietà, nel cuore di una donna, e si spargono così facilmente, quando la donna è inesperta! Perchè non crederebbe ella, infine, alla sincerità di un affetto che si manifestò nelle forme più nobili quando ella era libera, e che non ebbe esito felice per colpa di circostanze malaugurate, non imputabili a lui?

E Arrigo, frattanto? Arrigo non sentiva nulla, non si accorgeva, non si dava pensiero di nulla. Era andato nella sala di lettura a fumare una spagnoletta e a leggere gli ultimi telegrammi e il listino della Borsa, pronta cagione di parecchie operazioni aritmetiche mentali. Era fastidio delle piccole vanità della festa, o sicurezza del fatto suo? Ci è permesso di accogliere quest'ultima supposizione, senza rinunziare intieramente alla prima. Arrigo si era avvicinato una volta sola, nel corso della serata, alla gentil Gabriella, e aveva anche ottenuta la ricompensa di un sorriso, forse il primo sorriso aperto e sincero, del quale egli poteva chiamarsi debitore alla notizia, saputa quella medesima sera da Gabriella, ch'egli era il nipote di suo zio. Ma egli era un nipote così amato, e così pienamente consapevole di essere aiutato, che potè rispondere con una cert'aria trionfale a quel sorriso amorevole, ritenendosi dal chieder l'onore del solito giro di valzer, di polca, o d'altra figura e tempo di ballo. Già, egli aveva sempre ballato poco, e quell'anno, poi, non ballava più affatto. Un cavaliere, figuratevi! Inoltre, quella sera, mentre un forte guerriero teneva il campo per lui, egli doveva stare più che mai riguardoso. Era fresca la scena in cui una povera donna confusa, amante ancora e pentita, più bisognosa forse di essere consolata che esaudita, era rimasta colpita dalla sua insigne freddezza, e, senza avere ottenuto da lui il conforto di una parola calda, di una lagrima generosa, aveva dovuto riprendere la sua via, in mezzo alle solite ansietà, ai soliti pericoli, sdegnata con lui, ma più ancora con sè medesima!

Dopo i famosi lanciers, in cui Cesare Gonzaga non si era mostrato niente più impacciato di tanti altri personaggi eminenti, che qualche volta debbono pure mescolarsi in queste difficili imprese della frivolezza elegante, la povera contessa entrò nella sala di lettura, e trovò modo, passando, di gittare alcune parole all'orecchio di Arrigo, mentre negli atti e nel sorriso mostrava di dirgli una frase gentile, come è l'uso e l'obbligo delle padrone di casa.

— Egli sospetta, badate. Sono stata veduta per via, e devo solamente al caso....

— Lo so; — rispose Arrigo, imitando la sua mimica prudente. — Non vi esponete, vi prego. —

E fatto un inchino, riprese a leggere il giornale che aveva tra le mani.

Ferita al cuore da quel freddo “lo so„ la contessa era andata più oltre, nel vano di una finestra, dove un altro de' suoi convitati, uomo maturo e stracco, tirava le ultime boccate di fumo da un autentico e profumato Manilla. A tempo, fortunatamente, poichè, a farlo apposta, il conte Pompeo entrava allora, insieme col Gonzaga, nella sala di lettura.

— Ah, bene; benissimo! — esclamò il conte Pompeo. — Ecco qui il nostro cavaliere, che legge il listino della Borsa. Quando lo dico, io, che non ci sono più giovani! Abbiamo dovuto ballar noi. Due bei lancieri per altro! —

Arrigo sorrise, approvando, e rimase a discorrere con lo zio, mentre il conte Pompeo, cutrettola eterna, saltellava verso sua moglie, che aveva preso il braccio del fumatore solitario, e lo trascinava con sè, molto maravigliato, anzi a dirittura rintontito, dai suoi graziosi discorsi.

— Perchè ti nascondi, Arrigo? — disse il Gonzaga al nipote. — Io ho fatto finora tutto quanto ho potuto, passeggiando, tenendo a braccetto, perfino ballando, per essere fedele alla consegna. Ma ogni bel giuoco, lo sai, dura poco, ed io ho dovuto lasciare, per un quarto d'ora almeno, la divina Gabriella.